L’Italia sta pagando carissimo il prezzo del gas. Chi ci guadagna davvero?
679 segments
Questa che vedete è la mappa dei
giacimenti del Mediterraneo orientale.
In fondo, davanti a Gaza, c'è un piccolo
puntino, si chiama Gaza Marine. È un
giacimento di gas scoperto alla fine
degli anni 90 e mai sfruttato
ufficialmente per ragioni di sicurezza.
Lo conoscono molto bene i governi e i
politici che da 20 anni cercano di
trasformare quel tratto di mare in una
piattaforma di profitto. Uno di questi
politici si chiama Tony Blair. Nel 2007
Blair venne nominato inviato speciale
del quartetto per il Medio Oriente con
il compito ufficiale di favorire lo
sviluppo economico dei territori
palestinesi. Nella pratica il suo staff
avviò colloqui diretti per trovare un
accordo sulla gestione delle concessioni
di Gaza Marine. Stiamo parlando di quel
Tony Blair che pochi anni prima aveva
portato la Gran Bretagna nella guerra in
Iraq sulla base di prove poi rivelatesi
falsi, sotto il cui governo le
principali concessioni petrolifere
finirono alle major britanniche
americane e che una volta lasciata
Downing Street avrebbe fondato una
società di consulenza privata, la Tony
Blair Associates, che intrattenne
rapporti ben remunerati con governi
autoritari come il Kazakistan Azarbayev
a cui offrì servizi di immagine dopo il
massacro di Zanao Ozen. e l'Arabia
Saudita attraverso consulenze legate a
compagnie energetiche vicino alla
monarchia. Ah, dimenticavo, stiamo
parlando sempre di quel Tony Blair che
oggi è stato di nuovo tirato in ballo da
Trump per mediare la pace a Gaza. Che
dire? A volte la storia fa giri assurdi.
Ecco perché quando si parla di
diversificazione o, tra virgolette
indipendenza europea dal gas russo, vale
sempre la pena chiedersi indipendenti da
chi. Colgo comunque l'occasione per
ricordarvi del nostro Patreon.
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approfondimenti scritti settimanali che
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ciò che accade di rilevante nel mondo.
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Che bello avere la casa riscaldata
d'inverno, vero? È quasi una magia. Hai
freddo, accendi la caldaia a metano e in
pochi minuti i termosifoni fanno il loro
duro lavoro.
Non ti preoccupare cannella, non ti
tradirò mai,
mai ti tradirò. È una di quelle
sensazioni che diamo quasi per scontate,
come se il calore fosse un diritto
naturale. Per inciso, secondo il Madergy
Report 2025, l'Unione Europea importa
ancora oltre il 58% della propria
energia e l'Italia addirittura quasi il
75%.
Ma, appunto, come ogni sensazione
piacevole, anche questa ha un prezzo. E
non parlo di quello che leggiamo in
bolletta, è un prezzo triplice,
politico, il gas decide le alleanze,
strategico, il gas controlla le rotte e
i porti e militare, perché chi lo
possiede deve difenderlo o guadagnarselo
con le armi. Dietro ogni metro cubo che
scalda le case di chi ha ancora una
caldaia a gas, c'è una catena di
compromessi. Qualcuno lo estrae,
qualcuno lo trasporta, qualcuno lo
difende e qualcun altro ci costruisce
sopra un ricatto. Ogni volta che un
governo pronuncia la frase sicurezza
energetica, in realtà si accende in
automatico una traduzione che pochi
pronunciano sicurezza militare, navi da
guerra che scortano piattaforme
offshore, rigassificatori installati in
porti che fino a poco prima non volevano
neanche le crociere, memorandum e
accordi siglati tra i ministeri che
gestiscono l'energia e quelli che si
occupano di difesa, mentre di giorno ci
raccontano che stiamo vivendo la
transizione verde. Il gas è la nuova
valuta del potere globale ed è anche
un'arma a doppio taglio ancora più
devastante. Bastano pochi colli di
bottiglia, basta una crisi assicurativa
o un tubo che si chiude e un intero
paese si inginocchia. Non servono più
invasioni come Saddaming Kuwa Weit o gli
Stati Uniti in Iraq. Oggi basta tappare
un rubinetto o far schizzare i premi
assicurativi di una rotta e l'economia
di mezzo continente va in tilt. Il gas
viaggia in arterie rigide, dentro tubi,
compressori e terminali che non si
muovono a coordinate precise, punti di
strozzatura esatti e proprio per questo
è un bersaglio perfetto. E il paradosso
è questo. Proprio mentre proclamiamo
l'alba di una nuova rivoluzione
industriale, la fine dell'era dei
combustibili fossili e l'inizio di
un'economia pulita, mai come oggi stiamo
militarizzando il fossile. È in questo
scenario che, come in una partita di
Cluedo, ci ritroviamo sulla scena di un
crimine, una vittima, l'Europa e diversi
sospettati. E per capire chi tiene
davvero il coltello, o meglio il
rubinetto in mano, percorreremo una
bussola geopolitica da nord verso est,
sud e poi ovest. E lo faremo in più
atti, come in un pezzo teatrale.
Benvenuti nel XX secolo, il secolo delle
guerre del gas. Latitudine 54 nord, Mar
Baltico. Al confine tra Danimarca e
Svezia nel settembre 2022, il Nordstam
2, il gasdotto simbolo dei legami
energetici fra Europa e Russia, ha fatto
puff. Quattro esplosioni sottomarine e
milioni di metri cubi di gas rilasciati
in superficie. Ad oggi nessuna autorità
giudiziaria ha ancora accertato
responsabilità penali definitive, ma con
quell'esplosione il messaggio è arrivato
chiaro e forte. chiunque sia stato il
colpevole, i tubi si possono colpire e
quando si colpisce un tubo si può
destabilizzare un continente intero.
Dopo l'esplosione infatti i mercati
europei sono impazziti, la speculazione
ha preso piede, i prezzi sono schizzati
in alto e come sempre il conto finale è
arrivato ai soliti destinatari, noi
comuni mortali. Questo è il primo
paradosso del gas. L'esplosione
programmata di un tubo sottomarino può
avere lo stesso effetto di un esercito,
ma è soltanto una piccola parte del
sistema che c'è dietro.
Latitudine 32 Nord, mediterraneo
orientale. In poche decine di miglia di
mare si concentrano quattro dei
giacimenti di gas più contesi del
pianeta, un vero calderone geopolitico
dove si intrecciano gli interessi di
Chevron, Shell, Rosneft, BP, Eni, Total
e molti altri. Tra questi troviamo il
Leviathan sotto gestione israeliana che
è il più grande. Poi c'è Zor sotto
l'Egitto, Afrodite sotto Cipro e infine
Gaza il quarto incomodo o per meglio
dire il giacimento senza stato. Con
riserve stimate attorno al trilione di
piedi cubi, Gaza Marine è fermo da
decenni per due motivi che nessuno è mai
riuscito a risolvere, signor Tony Blair,
permettendo, chi decide e chi incassa.
Oltre il 60% delle aree licenziate
ricadrebbe nelle acque territoriali
riconosciute come palestinesi, dalla
convenzione ONU sul diritto del mare. In
pratica però quell'area è controllata
militarmente da Israele che ne
condiziona ogni possibile sviluppo.
Tant'è che nell'ottobre 2023 Israele ha
concesso 12 licenze di esplorazione
triennale per il gas offshore. Tra i
beneficiari figurano molte
multinazionali tra cui Eni e anche un
consorzio con BP, Socar e New Energy.
Come poi riportato da Lifegate, se
l'esplorazione rispetterà le stime di
estrazione, Annie pagherà le royalties a
Israele. Accanto suo, Annie ha precisato
che nessuna licenza è ancora stata
rilasciata e che non sono in corso
attività di esplorazione o produzione
nell'area, ribadendo che l'azienda,
citiamo, opera sempre in conformità con
tutte le normative applicabili, sia
locali che internazionali. Il ministro
degli Esteri italiano Taiani poi ha
ribadito al Parlamento che ENI agisce in
autonomia in base alle regole di mercato
e non vi è allo Stato alcuno
sfruttamento di risorse. Ma il punto
reale qui non è chi trivella, ma chi
decide chi potrà farlo e quindi la
legittimità della concessione stessa. A
guardar ciò che sta accadendo da 2 anni
a Gaza viene naturale, come avrebbe
detto Andreotti, pensar male, perché
spesso ci si indovina. La distruzione
sistematica di Gaza, secondo alcuni
osservatori, forse non serve soltanto a
togliere di mezzo chi vive a Gaza, ma
rischia di spianare il terreno per il
controllo totale del suo giacimento
offshore. Ed è proprio qui che si
manifesta un altro paradosso del gas.
Più lo si vuole estrarre e controllare,
più diventa uno strumento di violenza e
potere. Questa dinamica nel XX secolo ha
trovato un laboratorio perfetto ancora
più o est, l'atitudine 40 nord, sulle
pendici del Caucaso. Nel 2022 l'Unione
Europea e il governo di Baku hanno
firmato un accordo politico preliminare
che promette di raddoppiare i flussi del
corridoio meridionale a 20 miliardi di
metri cubi l'anno entro il 2027. È una
scelta che si fonda sulla premessa della
Vonder Derlen e della Commissione
Europea di rimuovere la presenza della
Russia dal nostro mix energetico,
[musica] anche se questo significa
vincolare capitale e sostegno politico a
un fornitore, l'Azerbaijan, che non è
certo una democrazia più limpida della
Russia e che nel 2023 ha invaso su larga
scala il Nagorno Carabach. E anche qui
in Azerbaijan spunta il nostro caro Tony
ancora una volta. Ma si sa, quando c'è
di mezzo l'energia la morale è sempre
negoziabile, gli armeni possono mettersi
in anima in pace. Eppure e qui la
criticità non è soltanto etica. Arrivare
davvero a 20 miliardi di metri cubi,
come richiesto dall'accordo preliminare
con l'Azerbaijan, non è un gioco da
ragazzi perché richiede nuove
perforazioni, soprattutto sul giacimento
di Shadis e contratti molto lunghi. Sono
impegni pluriennali che noi europei
firmiamo per un duplice motivo.
Anzitutto garantirci forniture stabili
con personaggi come i Lamiv, dimostrando
di aver trovato un'alternativa alla
Russia, ma che allo stesso tempo ci
mettono in una posizione paradossale,
perché mentre a parole proclamiamo di
voler ridurre la dipendenza dal gas, nei
fatti ci vincoliamo per 20 anni almeno a
comprarlo da qualcun altro. E poi c'è il
punto più ironico e al tempo stesso
anche più scivoloso, le accuse di
presunto rexport, cioè la possibilità
che il gas russo venga rivenduto
all'Europa come se fosse a zero. Questo
perché l'Azerbaijan compra gas dalla
Russia nei mesi invernali per coprire i
propri consumi interni. Quello che già
possiede non gli basta, visto [musica]
che lo esporta rispettando gli impegni
presi con l'Europa attraverso il TAP.
Tutto perfettamente legittimo. Il
sospetto però nasce dopo. Una volta che
quel gas entra nella rete, come si
distingue da quello a zero? Qualcuno
teme che le molecole russe mischiate
alle altre possano ripartire verso
l'Europa, ma con un'etichetta diversa.
Le indagini della Commissione Europea
non hanno finora documentato in modo
pubblico un travaso accertato e per ora
rimane un'ipotesi. C'è però la domanda
di fondo. Quanto è credibile la
diversificazione se per liberarci dal
gas russo dobbiamo affidarci a un altro
paese che in fin dei conti compra lo
stesso gas da Musca? E poi se spostiamo
lo sguardo più a sud la mappa non
diventa più rassicurante.
Latitudine 36 nord Nord Africa. Dal 2022
l'Algeria è diventata il primo fornitore
di gas dell'Italia e fin qui nulla di
male se non fosse che stiamo sostituendo
una dipendenza con un'altra soltanto
geograficamente più vicina. Ah,
ricordiamolo, stiamo parlando pur sempre
di quell'Algeria che dal 2018 ha esteso
unilateralmente la propria zona
economica esclusiva fino al mare sardo,
prendendosi tranquillamente un pezzo di
Mediterraneo davanti a casa nostra in
cerca di nuove aree di pesca e forse
anche di idrocarburio offshore. Per
inciso, a parte una nota formale,
l'Italia è rimasta in silenzio totale.
Dall'Algeria il gas arriva attraverso il
Transmed, un gas dotto lungo più di 2500
km che parte dai giacimenti algerini di
Hassirmel. attraversa la Tunisia, passa
sotto il canale di Sicilia e approda a
Mazara del Vallo. Quella è la nostra
arteria meridionale. Negli ultimi anni
abbiamo spinto il transmed al massimo
della capacità. Ci sono state nuove
intese tra Eni e l'Algeria Sonrack per
aumentare la produzione e i flussi verso
l'Europa dopo l'invasione uccraina.
L'Algeria, però, va ricordato, è un
fornitore fragile. I suoi giacimenti
principali sono in declino naturale, la
domanda interna cresce rapidamente e la
rete di condotte è vecchia e soggetta a
interruzioni. E mentre a Roma parlano di
alleanza strategica, ad Algeri si
firmano accordi per elicotteri, missili
e addestramento militare, perché gas e
armi viaggiano insieme, fanno parte
dello stesso pacchetto. Ma ve lo
ricordate poi che l'Algeria e la Russia
sono stretti partner strategici? Sul
piano strategico collaborano da anni,
condividono strategie nel gas e nel
petrolio e poi Mosca è il principale
fornitore di armi di Algeri con
contratti miliardari. Curioso, dovevamo
smettere di sostenere economicamente i
partner di Mosca e invece oggi compriamo
Gas da uno dei suoi alleati più stretti,
un paese, peraltro, che vive in tensione
costante con il Marocco, proprio nel
cuore del Nord Africa. E riguardo le
tensioni, non dimentichiamoci della
geografia. Il corridoio algerino
attraversa la Tunisia in un Magreb che
respira le turbolenze del Cell, dove i
golpe, il terrorismo e le crisi interne
sono ormai diventate una routine. In un
contesto così, la sicurezza extra per
tenere d'occhio quei gasdotti, come
ovvio, si ripaga. Ogni pattugliatore,
ogni assicurazione contro gli imprevisti
geopolitici finisce sempre nel prezzo
finale dell'energia che consumiamo. Lo
stesso copione si ripete poco più a est,
in Libia, dove dal 2011, dai
bombardamenti NATO contro Gedda fin poi,
il paese è scivolato nel caos. Quella
che i giornali dell'epoca chiamavano
liberazione ha distrutto non soltanto un
paese, ma anche le sue istituzioni,
consegnando i terminal petroliferi
dell'Oil Crescent [musica] a un mosaico
di milizie rivali che oggi li gestiscono
come fossero un interruttore di potere.
Un giorno li aprono, il giorno dopo li
chiudono. Un contesto perfetto per chi
fa big money nel settore oil and gas.
Non c'è uno stato? anche meglio, perché
così abbiamo interlocutori locali, dei
signorotti della guerra, facilmente
ricattabili con poco potere
contrattuale, perché finché regna il
disordine, il business chiaramente
scorre lisci come l'olio o forse dovrei
dire come il petrolio. Eppure nel nostro
continente c'è ancora chi finge di non
vedere quanto quella missione umanitaria
del 2011 sia stata in realtà una guerra
coloniale energetica mascherata da
intervento di liberazione, forse il più
clamoroso degli ultimi 15 anni.
Un'operazione che ha spalancato un
decennio di instabilità. Traffici,
immigrazione incontrollata, guerra
civile e infiltrazioni giihadiste,
giusto per dire. E la storia a volte si
diverte a chiudere i cerchi in modo
abbastanza crudele. Nel 2011, mentre la
Francia guidava i bombardamenti su
Tripoli in nome della libertà,
all'Eliseo sedeva un uomo che, come
confermato poi dalla magistratura
francese, da Geddafi aveva accettato
denaro per la sua campagna elettorale.
Nicolà Sarosì, ex presidente francese, è
stato condannato nel 2025 a 5 anni di
carcere, [musica] di cui due senza
sospensione per associazione a
delinquere nell'ambito dell'inchiesta
sui finanziamenti illeciti proveniente
dal regime libico di Muhammar Geddafi
per la sua campagna 2007. È già quel
regime che per anni lo aveva rifornito
di gas e che appena 4 anni più tardi fu
proprio lui a bombardare assieme alla
coalizione NATO. Nota a margine, mentre
montavamo questo video, SarkoZi ha già
lasciato la detenzione a circa 20 giorni
dall'ingresso. La Corte di Appello di
Parigi ha disposto la libertà vigilata
in attesa del giudizio di appello. I
giornali comunque raccontano che in quei
giorni Saros abbia tirato avanti
mangiando quasi soltanto yogurt. Comice
il fatto che secondo un conoscente non
sapre cucinare neanche un uovo,
perlomeno non gli serve il gas. Se già
questo vi pare surreale, aspettate, non
abbiamo ancora parlato della rotta più
assurda, quella che guarda a ovest.
L'atitudine
40° nord, Atlantico del Nord, è la rotta
del gas naturale liquefatto, il GNL che
dagli Stati Uniti negli ultimi anni
attraversa sempre più spesso l'oceano
per rifornire l'Europa. E diciamolo
chiaramente, i veri vincitori di questa
guerra energetica, almeno finora, sono
proprio gli americani. Il gas che arriva
fino ai nostri porti nasce molto lontano
da qui, nel cuore del Texas, della
Luisiana e della Pennsylvania. Sono zone
di fratturazione idraulica, il famoso
Fracking. Per inciso, si tratta di un
processo sporco, rumoroso e
incredibilmente redditizio. Dopo il boom
iniziato sotto Obama, gli Stati Uniti si
erano ritrovati con un eccesso di gas e
nessun mercato era abbastanza grande da
assorbirlo. L'invasione russa
dell'Ucraina però ha risolto il
problema, ha trasformato l'Europa nel
cliente ideale. Una volta estratto,
infatti, il gas viene convogliato verso
i terminal sul Golfo del Messico, dove
viene raffreddato, trasformato in
liquido e caricato su navi metaniere
dirette verso l'Europa in un processo
che costa ancora più energia e riduce
l'efficienza. Ognuna di quelle navi è
una cassaforte galleggiante e da quando
è scoppiata la guerra in Ucraina le
esportazioni USAi verso l'Europa sono
triplicate. Washington ha così colto
l'occasione perfetta: riempire il vuoto
lasciato da Mosca, vendere gas a prezzo
premium e trasformare la dipendenza
energetica europea in una dipendenza
made in USA. A gennaio 2025 lo stesso
Trump, all'epoca presidente eletto, ha
scritto su Truth che l'Unione Europea
deve acquistare su larga scala il nostro
gas, altrimenti saranno dazzi a tutto
spiano.
>> Nice. Come ha addirittura avvertito
Giuseppe Pasini, presidente di
Confindustria Lombardia e non di
un'associazione ambientalista, l'accordo
USA UE sull'energia non deve essere
freno alla transizione, perché qui il
pericolo è che sostituendo la dipendenza
dalla Russia con quella dagli USA,
l'Europa cambi fornitore, ma non
l'equazione. Qualcuno poi, immagino si
ricorderà questa inchiesta del Sole 24
ore dal titolo "Perché acquistare il GNL
americano costa il 50% in più del gas
russo?" Costa di più per un motivo
semplice. Il GNL americano ha una
filiera lunga, costosa, fatta di tanti
intermediari privati, mentre quello
russo arrivava via gas dotto diretto e
con contratti plurinnali statali molto
economici. Nel 2022 l'obiettivo minimo
era 15 miliardi di met³, poi però la
curva è salita. Il breve termine è stata
una mossa inevitabile. Ha tenuto accese
le fabbriche, ha permesso ai paesi
europei di superare l'inverno senza
blackout e ha dato un segnale di
indipendenza politica da Mosca. Ma nel
lungo periodo quella che sembrava una
soluzione di emergenza si è trasformata
in ciò che gli economisti chiamano lock
in, letteralmente una gabbia. Perché una
gabbia? Perché avendo investito miliardi
in infrastrutture costose e durature,
non possiamo più tornare indietro
facilmente. Costruisci un
rigassificatore oggi, come minimo lo
devi utilizzare per 20 anni perché devi
comunque ammortizzarlo se non vuoi fare
la figura del fesso. Firmi i contratti
da 15-20 anni e poi per quegli anni
resti legato. L'Italia è il caso da
manuale. Nel giro di 2 anni sono
comparsi due terminali galleggianti per
accogliere le navi americane cariche di
questo GNL, una a Piombino e l'altra a
Ravenna. A Piombino, in Toscana, il
progetto è stato contestato dalla
popolazione locale e dal sindaco stesso
che temevano rischi ambientali e di
sicurezza, perché un rigassificatore
galleggiante installato nel porto a
poche centinaia di metri dalle
abitazioni e dalle aree turistiche
sembrava a molti una bomba galleggiante
più che un'infrastruttura energetica.
C'erano timori legati a eventuali
incidenti, all'impatto sulla pesca, al
traffico navale e persino al valore
immobiliare della zona. A Ravenna invece
le critiche sono state più politiche. Il
terminale è stato visto come un simbolo
di dipendenza dal GNL americano in
contraddizione con la retorica della
transizione verde. Infatti, in molti si
sono chiesti ha senso investire miliardi
in nuove infrastrutture fossili proprio
mentre l'Europa dice di volerle
abbandonare? A tutto questo si
aggiungono poi in primis il gas dotto
Tap che porta in Puglia proprio il gas a
zero e poi tutta una rete interna
potenziata per distribuire i flussi dal
sud al nord del paese. Sulla carta è
tutto perfettamente razionale perché
ovviamente più vie di ingresso sembrano
equivalere a maggiore sicurezza, ma qui
arriviamo al punto. Più GNL o gas arriva
più tratte diventano sensibili. Quando
sentiamo parlare del famoso 61%, cioè la
stima secondo cui oltre la metà dei
costi militari italiani riguarda la
protezione diretta o indiretta di
attività legate al petrolio e al gas,
parliamo di bilancio pubblico. Cosa vuol
dire? Che parte dei soldi che spendiamo
per missioni militari, per
pattugliamenti navali, per drone di
sorveglianza, per intelligence marittima
e sistemi di sicurezza portuale, serve
anche a difendere le rotte energetiche.
Ogni rigassificatore galleggiante ha
infatti bisogno di una nave militare di
scorta. Ogni gas dotto sottomarino va
monitorato con sensori. Ogni terminale
richiede personale di sicurezza e
assicurazioni più care. Tutto questo non
lo paga il fantomatico mercato, lo paga
lo Stato, anzitutto nei bilanci statali
e alla fine noi in bolletta. Purtroppo
la sequenza è sempre la stessa, ve la
riassumo così. Se c'è fragilità
politica, c'è subito un'opportunità di
rendita per compagnie locali o straniere
che si infilano nel caos per sfruttare
risorse, stipulare contratti vantaggiosi
o assicurarsi quote di mercato. E alla
fine per difendere quell'affare che sia
un gas dotto, un porto o una raffineria
offshore serve la militarizzazione
dell'asset e quindi giù di armi, scorte,
milizie e missioni di pace che di
pacifico hanno soltanto il nome. Se un
paese esportatore è instabile e nessuno
può garantirci che l'Algeria o
l'Azerbaijan oggi presentati come
partner affidabili non lo diventino in
futuro, il rischio di interruzione
aumenta e quando il rischio aumenta chi
fornisce protezione inizia finalmente a
guadagnarci. Non è certo un caso se le
multinazionali di idrocarburi vanno
spesso a braccetto con le multinazionali
produttrici di armi e mezzi militari e
quando qualcuno ci guadagna la guerra
diventa un modello di business, non
un'emergenza. Ecco perché dire oggi
sicurezza energetica non significa più
garantire l'energia, significa
garantirla con la forza. Il gas
americano ci ha resi indipendenti dalla
Russia, sì, ma dipendenti da un sistema
che funziona soltanto finché resta
militarizzato.
Ma quindi come si vince la guerra del
gas? C'è una soluzione? Forse sì, o
meglio, forse c'è un modo per perdere
meno. Per ridurre i rischi di queste
guerre non serve credere alle utopie, ma
serve ridurre le probabilità di
successo, rendendo quindi il sistema
meno concentrato. Il gas dà il meglio e
il peggio quando tutto passa per pochi
colli di bottiglia. Un gasdotto
sottomarino ha coordinate fisse, una
centrale a gas è un bersaglio unico, ma
una rete distribuita, fatta di tante
piccole variegate comunità energetiche,
no. Ovviamente non elimina la violenza,
ma la rende meno redditizia, perché in
un sistema frammentato non esiste il
bersaglio perfetto. La soluzione non è
togliere il gas naturale da un giorno
all'altro, perché uno sarebbe realistico
e due tecnicamente impossibile, ma
servirebbe ridurre la domanda,
soprattutto nei settori dove le
alternative sono già pronte o possono
diventarlo. E solare e sistemi di
accumulo. Pochi lo sanno e probabilmente
alle lobby fossili questa ignoranza fa
molto comodo. L'Italia produce già circa
il 45% della propria elettricità da
fonti rinnovabili, quindi siamo già in
movimento, ma questo non basta perché
dall'altra parte del mondo la Cina corre
come un treno, investe più in
rinnovabile di quanto l'Europa spenda in
difesa. Volete esempi? Il grande muro
solare nel deserto del Tenger, il parco
solare di Golmood, il Ganso Wind Farm,
il più grande parco eolico del mondo.
Perché la Cina lo fa? Perché ha capito
che il sole e il vento non richiedono
scorte armate di contractor stranieri in
acque internazionali o in paesi terzi
perché semplicemente le hai già in casa.
Questa è la differenza tra vivere in una
casa sotto assedio e vivere in una casa
sorvegliata, una casa dove c'è
soprattutto efficienza energetica, un
campo, tra l'altro in cui l'Italia è già
tra i paesi più avanzati al mondo,
significa utilizzare meglio l'energia.
Un motore elettrico converte fino al 90%
dell'energia in movimento, mentre uno a
combustione, qualunque combustibile si
utilizzi, ne disperde circa il 70% in
calore e attriti. Vi da sé che più
investiamo e spostiamo la produzione su
sistemi energetici alternativi, meno
conviene mettere una bomba su un tubo o
ricattarci con giochetti politici.
perché il mondo diventa improvvisamente
pacifista, quello è un sogno ingenuo, ma
perché crolla il premio della violenza e
con esso crolla la convenienza della
guerra. Il nostro secolo non è fatto di
guerre per conquistare il petrolio, ma
di guerre per non smettere di
utilizzarlo o al massimo per sostituirlo
con il gas, quel combustibile che oggi
va tanto di modo a chiamare ponte verso
le rinnovabili. Un ponte che però e di
ponti cattedrali nel deserto, noi in
Italia siamo veramente dei maestri, non
porta da nessuna parte. è soltanto un
alibi elegante per rimandare di in
continuo le decisioni e continuare a
difendere lo stesso vecchio sistema
cambiandogli semplicemente il nome.
Ecco, se vogliamo un'energia meno
militarizzata, la strada è decentrarla
con tutte le alternative possibili.
Questo non per bontà, ma per interesse.
Per Aspera ad Astra. Yeah.
Ask follow-up questions or revisit key timestamps.
Il video esplora la geopolitica del gas, definendola la "guerra del gas" del XXI secolo. Evidenzia il legame indissolubile tra energia, politica e interessi militari, che porta a una crescente militarizzazione delle rotte e infrastrutture energetiche globali. Attraverso casi studio come il giacimento di Gaza Marine, l'esplosione del Nord Stream 2, gli accordi dell'UE con l'Azerbaigian (con sospetti di re-export di gas russo) e l'Algeria (un fornitore fragile e alleato della Russia), e il caos post-Gheddafi in Libia, il video mostra come la diversificazione energetica sia spesso una sostituzione di dipendenze, pi Rif_costosa e militarizzata (es. GNL americano). Conclude suggerendo che l'unica vera soluzione per ridurre le "guerre del gas" sia la riduzione della domanda attraverso la decentralizzazione delle fonti, massicci investimenti nelle rinnovabili e nell'efficienza energetica, prendendo esempio da paesi come la Cina.
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