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L’Italia sta pagando carissimo il prezzo del gas. Chi ci guadagna davvero?

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L’Italia sta pagando carissimo il prezzo del gas. Chi ci guadagna davvero?

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Questa che vedete è la mappa dei

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giacimenti del Mediterraneo orientale.

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In fondo, davanti a Gaza, c'è un piccolo

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puntino, si chiama Gaza Marine. È un

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giacimento di gas scoperto alla fine

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degli anni 90 e mai sfruttato

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ufficialmente per ragioni di sicurezza.

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Lo conoscono molto bene i governi e i

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politici che da 20 anni cercano di

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trasformare quel tratto di mare in una

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piattaforma di profitto. Uno di questi

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politici si chiama Tony Blair. Nel 2007

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Blair venne nominato inviato speciale

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del quartetto per il Medio Oriente con

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il compito ufficiale di favorire lo

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sviluppo economico dei territori

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palestinesi. Nella pratica il suo staff

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avviò colloqui diretti per trovare un

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accordo sulla gestione delle concessioni

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di Gaza Marine. Stiamo parlando di quel

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Tony Blair che pochi anni prima aveva

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portato la Gran Bretagna nella guerra in

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Iraq sulla base di prove poi rivelatesi

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falsi, sotto il cui governo le

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principali concessioni petrolifere

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finirono alle major britanniche

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americane e che una volta lasciata

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Downing Street avrebbe fondato una

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società di consulenza privata, la Tony

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Blair Associates, che intrattenne

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rapporti ben remunerati con governi

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autoritari come il Kazakistan Azarbayev

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a cui offrì servizi di immagine dopo il

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massacro di Zanao Ozen. e l'Arabia

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Saudita attraverso consulenze legate a

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compagnie energetiche vicino alla

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monarchia. Ah, dimenticavo, stiamo

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parlando sempre di quel Tony Blair che

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oggi è stato di nuovo tirato in ballo da

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Trump per mediare la pace a Gaza. Che

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dire? A volte la storia fa giri assurdi.

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Ecco perché quando si parla di

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diversificazione o, tra virgolette

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indipendenza europea dal gas russo, vale

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sempre la pena chiedersi indipendenti da

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chi. Colgo comunque l'occasione per

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ricordarvi del nostro Patreon.

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Abbonandovi laggiù troverete tutte le

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nostre rassegne quotidiane e tutti gli

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approfondimenti scritti settimanali che

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vi terranno aggiornati costantemente su

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ciò che accade di rilevante nel mondo.

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Link in descrizione qui sotto al nostro

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Patreon.

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Che bello avere la casa riscaldata

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d'inverno, vero? È quasi una magia. Hai

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freddo, accendi la caldaia a metano e in

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pochi minuti i termosifoni fanno il loro

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duro lavoro.

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Non ti preoccupare cannella, non ti

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tradirò mai,

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mai ti tradirò. È una di quelle

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sensazioni che diamo quasi per scontate,

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come se il calore fosse un diritto

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naturale. Per inciso, secondo il Madergy

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Report 2025, l'Unione Europea importa

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ancora oltre il 58% della propria

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energia e l'Italia addirittura quasi il

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75%.

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Ma, appunto, come ogni sensazione

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piacevole, anche questa ha un prezzo. E

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non parlo di quello che leggiamo in

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bolletta, è un prezzo triplice,

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politico, il gas decide le alleanze,

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strategico, il gas controlla le rotte e

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i porti e militare, perché chi lo

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possiede deve difenderlo o guadagnarselo

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con le armi. Dietro ogni metro cubo che

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scalda le case di chi ha ancora una

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caldaia a gas, c'è una catena di

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compromessi. Qualcuno lo estrae,

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qualcuno lo trasporta, qualcuno lo

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difende e qualcun altro ci costruisce

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sopra un ricatto. Ogni volta che un

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governo pronuncia la frase sicurezza

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energetica, in realtà si accende in

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automatico una traduzione che pochi

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pronunciano sicurezza militare, navi da

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guerra che scortano piattaforme

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offshore, rigassificatori installati in

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porti che fino a poco prima non volevano

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neanche le crociere, memorandum e

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accordi siglati tra i ministeri che

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gestiscono l'energia e quelli che si

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occupano di difesa, mentre di giorno ci

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raccontano che stiamo vivendo la

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transizione verde. Il gas è la nuova

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valuta del potere globale ed è anche

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un'arma a doppio taglio ancora più

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devastante. Bastano pochi colli di

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bottiglia, basta una crisi assicurativa

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o un tubo che si chiude e un intero

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paese si inginocchia. Non servono più

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invasioni come Saddaming Kuwa Weit o gli

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Stati Uniti in Iraq. Oggi basta tappare

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un rubinetto o far schizzare i premi

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assicurativi di una rotta e l'economia

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di mezzo continente va in tilt. Il gas

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viaggia in arterie rigide, dentro tubi,

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compressori e terminali che non si

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muovono a coordinate precise, punti di

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strozzatura esatti e proprio per questo

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è un bersaglio perfetto. E il paradosso

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è questo. Proprio mentre proclamiamo

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l'alba di una nuova rivoluzione

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industriale, la fine dell'era dei

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combustibili fossili e l'inizio di

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un'economia pulita, mai come oggi stiamo

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militarizzando il fossile. È in questo

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scenario che, come in una partita di

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Cluedo, ci ritroviamo sulla scena di un

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crimine, una vittima, l'Europa e diversi

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sospettati. E per capire chi tiene

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davvero il coltello, o meglio il

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rubinetto in mano, percorreremo una

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bussola geopolitica da nord verso est,

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sud e poi ovest. E lo faremo in più

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atti, come in un pezzo teatrale.

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Benvenuti nel XX secolo, il secolo delle

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guerre del gas. Latitudine 54 nord, Mar

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Baltico. Al confine tra Danimarca e

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Svezia nel settembre 2022, il Nordstam

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2, il gasdotto simbolo dei legami

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energetici fra Europa e Russia, ha fatto

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puff. Quattro esplosioni sottomarine e

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milioni di metri cubi di gas rilasciati

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in superficie. Ad oggi nessuna autorità

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giudiziaria ha ancora accertato

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responsabilità penali definitive, ma con

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quell'esplosione il messaggio è arrivato

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chiaro e forte. chiunque sia stato il

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colpevole, i tubi si possono colpire e

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quando si colpisce un tubo si può

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destabilizzare un continente intero.

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Dopo l'esplosione infatti i mercati

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europei sono impazziti, la speculazione

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ha preso piede, i prezzi sono schizzati

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in alto e come sempre il conto finale è

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arrivato ai soliti destinatari, noi

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comuni mortali. Questo è il primo

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paradosso del gas. L'esplosione

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programmata di un tubo sottomarino può

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avere lo stesso effetto di un esercito,

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ma è soltanto una piccola parte del

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sistema che c'è dietro.

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Latitudine 32 Nord, mediterraneo

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orientale. In poche decine di miglia di

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mare si concentrano quattro dei

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giacimenti di gas più contesi del

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pianeta, un vero calderone geopolitico

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dove si intrecciano gli interessi di

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Chevron, Shell, Rosneft, BP, Eni, Total

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e molti altri. Tra questi troviamo il

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Leviathan sotto gestione israeliana che

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è il più grande. Poi c'è Zor sotto

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l'Egitto, Afrodite sotto Cipro e infine

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Gaza il quarto incomodo o per meglio

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dire il giacimento senza stato. Con

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riserve stimate attorno al trilione di

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piedi cubi, Gaza Marine è fermo da

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decenni per due motivi che nessuno è mai

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riuscito a risolvere, signor Tony Blair,

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permettendo, chi decide e chi incassa.

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Oltre il 60% delle aree licenziate

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ricadrebbe nelle acque territoriali

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riconosciute come palestinesi, dalla

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convenzione ONU sul diritto del mare. In

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pratica però quell'area è controllata

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militarmente da Israele che ne

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condiziona ogni possibile sviluppo.

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Tant'è che nell'ottobre 2023 Israele ha

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concesso 12 licenze di esplorazione

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triennale per il gas offshore. Tra i

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beneficiari figurano molte

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multinazionali tra cui Eni e anche un

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consorzio con BP, Socar e New Energy.

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Come poi riportato da Lifegate, se

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l'esplorazione rispetterà le stime di

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estrazione, Annie pagherà le royalties a

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Israele. Accanto suo, Annie ha precisato

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che nessuna licenza è ancora stata

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rilasciata e che non sono in corso

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attività di esplorazione o produzione

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nell'area, ribadendo che l'azienda,

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citiamo, opera sempre in conformità con

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tutte le normative applicabili, sia

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locali che internazionali. Il ministro

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degli Esteri italiano Taiani poi ha

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ribadito al Parlamento che ENI agisce in

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autonomia in base alle regole di mercato

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e non vi è allo Stato alcuno

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sfruttamento di risorse. Ma il punto

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reale qui non è chi trivella, ma chi

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decide chi potrà farlo e quindi la

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legittimità della concessione stessa. A

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guardar ciò che sta accadendo da 2 anni

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a Gaza viene naturale, come avrebbe

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detto Andreotti, pensar male, perché

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spesso ci si indovina. La distruzione

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sistematica di Gaza, secondo alcuni

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osservatori, forse non serve soltanto a

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togliere di mezzo chi vive a Gaza, ma

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rischia di spianare il terreno per il

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controllo totale del suo giacimento

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offshore. Ed è proprio qui che si

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manifesta un altro paradosso del gas.

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Più lo si vuole estrarre e controllare,

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più diventa uno strumento di violenza e

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potere. Questa dinamica nel XX secolo ha

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trovato un laboratorio perfetto ancora

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più o est, l'atitudine 40 nord, sulle

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pendici del Caucaso. Nel 2022 l'Unione

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Europea e il governo di Baku hanno

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firmato un accordo politico preliminare

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che promette di raddoppiare i flussi del

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corridoio meridionale a 20 miliardi di

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metri cubi l'anno entro il 2027. È una

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scelta che si fonda sulla premessa della

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Vonder Derlen e della Commissione

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Europea di rimuovere la presenza della

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Russia dal nostro mix energetico,

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[musica] anche se questo significa

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vincolare capitale e sostegno politico a

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un fornitore, l'Azerbaijan, che non è

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certo una democrazia più limpida della

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Russia e che nel 2023 ha invaso su larga

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scala il Nagorno Carabach. E anche qui

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in Azerbaijan spunta il nostro caro Tony

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ancora una volta. Ma si sa, quando c'è

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di mezzo l'energia la morale è sempre

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negoziabile, gli armeni possono mettersi

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in anima in pace. Eppure e qui la

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criticità non è soltanto etica. Arrivare

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davvero a 20 miliardi di metri cubi,

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come richiesto dall'accordo preliminare

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con l'Azerbaijan, non è un gioco da

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ragazzi perché richiede nuove

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perforazioni, soprattutto sul giacimento

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di Shadis e contratti molto lunghi. Sono

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impegni pluriennali che noi europei

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firmiamo per un duplice motivo.

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Anzitutto garantirci forniture stabili

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con personaggi come i Lamiv, dimostrando

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di aver trovato un'alternativa alla

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Russia, ma che allo stesso tempo ci

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mettono in una posizione paradossale,

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perché mentre a parole proclamiamo di

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voler ridurre la dipendenza dal gas, nei

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fatti ci vincoliamo per 20 anni almeno a

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comprarlo da qualcun altro. E poi c'è il

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punto più ironico e al tempo stesso

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anche più scivoloso, le accuse di

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presunto rexport, cioè la possibilità

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che il gas russo venga rivenduto

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all'Europa come se fosse a zero. Questo

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perché l'Azerbaijan compra gas dalla

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Russia nei mesi invernali per coprire i

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propri consumi interni. Quello che già

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possiede non gli basta, visto [musica]

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che lo esporta rispettando gli impegni

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presi con l'Europa attraverso il TAP.

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Tutto perfettamente legittimo. Il

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sospetto però nasce dopo. Una volta che

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quel gas entra nella rete, come si

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distingue da quello a zero? Qualcuno

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teme che le molecole russe mischiate

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alle altre possano ripartire verso

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l'Europa, ma con un'etichetta diversa.

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Le indagini della Commissione Europea

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non hanno finora documentato in modo

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pubblico un travaso accertato e per ora

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rimane un'ipotesi. C'è però la domanda

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di fondo. Quanto è credibile la

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diversificazione se per liberarci dal

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gas russo dobbiamo affidarci a un altro

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paese che in fin dei conti compra lo

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stesso gas da Musca? E poi se spostiamo

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lo sguardo più a sud la mappa non

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diventa più rassicurante.

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Latitudine 36 nord Nord Africa. Dal 2022

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l'Algeria è diventata il primo fornitore

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di gas dell'Italia e fin qui nulla di

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male se non fosse che stiamo sostituendo

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una dipendenza con un'altra soltanto

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geograficamente più vicina. Ah,

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ricordiamolo, stiamo parlando pur sempre

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di quell'Algeria che dal 2018 ha esteso

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unilateralmente la propria zona

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economica esclusiva fino al mare sardo,

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prendendosi tranquillamente un pezzo di

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Mediterraneo davanti a casa nostra in

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cerca di nuove aree di pesca e forse

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anche di idrocarburio offshore. Per

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inciso, a parte una nota formale,

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l'Italia è rimasta in silenzio totale.

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Dall'Algeria il gas arriva attraverso il

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Transmed, un gas dotto lungo più di 2500

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km che parte dai giacimenti algerini di

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Hassirmel. attraversa la Tunisia, passa

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sotto il canale di Sicilia e approda a

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Mazara del Vallo. Quella è la nostra

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arteria meridionale. Negli ultimi anni

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abbiamo spinto il transmed al massimo

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della capacità. Ci sono state nuove

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intese tra Eni e l'Algeria Sonrack per

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aumentare la produzione e i flussi verso

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l'Europa dopo l'invasione uccraina.

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L'Algeria, però, va ricordato, è un

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fornitore fragile. I suoi giacimenti

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principali sono in declino naturale, la

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domanda interna cresce rapidamente e la

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rete di condotte è vecchia e soggetta a

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interruzioni. E mentre a Roma parlano di

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alleanza strategica, ad Algeri si

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firmano accordi per elicotteri, missili

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e addestramento militare, perché gas e

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armi viaggiano insieme, fanno parte

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dello stesso pacchetto. Ma ve lo

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ricordate poi che l'Algeria e la Russia

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sono stretti partner strategici? Sul

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piano strategico collaborano da anni,

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condividono strategie nel gas e nel

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petrolio e poi Mosca è il principale

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fornitore di armi di Algeri con

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contratti miliardari. Curioso, dovevamo

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smettere di sostenere economicamente i

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partner di Mosca e invece oggi compriamo

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Gas da uno dei suoi alleati più stretti,

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un paese, peraltro, che vive in tensione

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costante con il Marocco, proprio nel

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cuore del Nord Africa. E riguardo le

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tensioni, non dimentichiamoci della

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geografia. Il corridoio algerino

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attraversa la Tunisia in un Magreb che

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respira le turbolenze del Cell, dove i

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golpe, il terrorismo e le crisi interne

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sono ormai diventate una routine. In un

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contesto così, la sicurezza extra per

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tenere d'occhio quei gasdotti, come

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ovvio, si ripaga. Ogni pattugliatore,

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ogni assicurazione contro gli imprevisti

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geopolitici finisce sempre nel prezzo

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finale dell'energia che consumiamo. Lo

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stesso copione si ripete poco più a est,

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in Libia, dove dal 2011, dai

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bombardamenti NATO contro Gedda fin poi,

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il paese è scivolato nel caos. Quella

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che i giornali dell'epoca chiamavano

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liberazione ha distrutto non soltanto un

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paese, ma anche le sue istituzioni,

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consegnando i terminal petroliferi

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dell'Oil Crescent [musica] a un mosaico

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di milizie rivali che oggi li gestiscono

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come fossero un interruttore di potere.

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Un giorno li aprono, il giorno dopo li

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chiudono. Un contesto perfetto per chi

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fa big money nel settore oil and gas.

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Non c'è uno stato? anche meglio, perché

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così abbiamo interlocutori locali, dei

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signorotti della guerra, facilmente

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ricattabili con poco potere

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contrattuale, perché finché regna il

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disordine, il business chiaramente

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scorre lisci come l'olio o forse dovrei

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dire come il petrolio. Eppure nel nostro

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continente c'è ancora chi finge di non

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vedere quanto quella missione umanitaria

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del 2011 sia stata in realtà una guerra

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coloniale energetica mascherata da

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intervento di liberazione, forse il più

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clamoroso degli ultimi 15 anni.

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Un'operazione che ha spalancato un

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decennio di instabilità. Traffici,

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immigrazione incontrollata, guerra

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civile e infiltrazioni giihadiste,

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giusto per dire. E la storia a volte si

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diverte a chiudere i cerchi in modo

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abbastanza crudele. Nel 2011, mentre la

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Francia guidava i bombardamenti su

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Tripoli in nome della libertà,

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all'Eliseo sedeva un uomo che, come

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confermato poi dalla magistratura

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francese, da Geddafi aveva accettato

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denaro per la sua campagna elettorale.

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Nicolà Sarosì, ex presidente francese, è

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stato condannato nel 2025 a 5 anni di

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carcere, [musica] di cui due senza

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sospensione per associazione a

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delinquere nell'ambito dell'inchiesta

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sui finanziamenti illeciti proveniente

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dal regime libico di Muhammar Geddafi

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per la sua campagna 2007. È già quel

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regime che per anni lo aveva rifornito

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di gas e che appena 4 anni più tardi fu

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proprio lui a bombardare assieme alla

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coalizione NATO. Nota a margine, mentre

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montavamo questo video, SarkoZi ha già

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lasciato la detenzione a circa 20 giorni

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dall'ingresso. La Corte di Appello di

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Parigi ha disposto la libertà vigilata

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in attesa del giudizio di appello. I

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giornali comunque raccontano che in quei

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giorni Saros abbia tirato avanti

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mangiando quasi soltanto yogurt. Comice

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il fatto che secondo un conoscente non

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sapre cucinare neanche un uovo,

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perlomeno non gli serve il gas. Se già

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questo vi pare surreale, aspettate, non

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abbiamo ancora parlato della rotta più

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assurda, quella che guarda a ovest.

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L'atitudine

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40° nord, Atlantico del Nord, è la rotta

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del gas naturale liquefatto, il GNL che

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dagli Stati Uniti negli ultimi anni

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attraversa sempre più spesso l'oceano

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per rifornire l'Europa. E diciamolo

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chiaramente, i veri vincitori di questa

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guerra energetica, almeno finora, sono

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proprio gli americani. Il gas che arriva

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fino ai nostri porti nasce molto lontano

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da qui, nel cuore del Texas, della

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Luisiana e della Pennsylvania. Sono zone

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di fratturazione idraulica, il famoso

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Fracking. Per inciso, si tratta di un

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processo sporco, rumoroso e

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incredibilmente redditizio. Dopo il boom

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iniziato sotto Obama, gli Stati Uniti si

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erano ritrovati con un eccesso di gas e

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nessun mercato era abbastanza grande da

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assorbirlo. L'invasione russa

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dell'Ucraina però ha risolto il

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problema, ha trasformato l'Europa nel

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cliente ideale. Una volta estratto,

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infatti, il gas viene convogliato verso

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i terminal sul Golfo del Messico, dove

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viene raffreddato, trasformato in

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liquido e caricato su navi metaniere

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dirette verso l'Europa in un processo

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che costa ancora più energia e riduce

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l'efficienza. Ognuna di quelle navi è

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una cassaforte galleggiante e da quando

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è scoppiata la guerra in Ucraina le

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esportazioni USAi verso l'Europa sono

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triplicate. Washington ha così colto

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l'occasione perfetta: riempire il vuoto

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lasciato da Mosca, vendere gas a prezzo

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premium e trasformare la dipendenza

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energetica europea in una dipendenza

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made in USA. A gennaio 2025 lo stesso

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Trump, all'epoca presidente eletto, ha

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scritto su Truth che l'Unione Europea

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deve acquistare su larga scala il nostro

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gas, altrimenti saranno dazzi a tutto

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spiano.

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>> Nice. Come ha addirittura avvertito

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Giuseppe Pasini, presidente di

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Confindustria Lombardia e non di

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un'associazione ambientalista, l'accordo

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USA UE sull'energia non deve essere

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freno alla transizione, perché qui il

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pericolo è che sostituendo la dipendenza

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dalla Russia con quella dagli USA,

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l'Europa cambi fornitore, ma non

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l'equazione. Qualcuno poi, immagino si

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ricorderà questa inchiesta del Sole 24

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ore dal titolo "Perché acquistare il GNL

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americano costa il 50% in più del gas

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russo?" Costa di più per un motivo

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semplice. Il GNL americano ha una

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filiera lunga, costosa, fatta di tanti

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intermediari privati, mentre quello

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russo arrivava via gas dotto diretto e

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con contratti plurinnali statali molto

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economici. Nel 2022 l'obiettivo minimo

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era 15 miliardi di met³, poi però la

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curva è salita. Il breve termine è stata

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una mossa inevitabile. Ha tenuto accese

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le fabbriche, ha permesso ai paesi

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europei di superare l'inverno senza

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blackout e ha dato un segnale di

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indipendenza politica da Mosca. Ma nel

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lungo periodo quella che sembrava una

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soluzione di emergenza si è trasformata

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in ciò che gli economisti chiamano lock

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in, letteralmente una gabbia. Perché una

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gabbia? Perché avendo investito miliardi

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in infrastrutture costose e durature,

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non possiamo più tornare indietro

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facilmente. Costruisci un

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rigassificatore oggi, come minimo lo

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devi utilizzare per 20 anni perché devi

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comunque ammortizzarlo se non vuoi fare

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la figura del fesso. Firmi i contratti

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da 15-20 anni e poi per quegli anni

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resti legato. L'Italia è il caso da

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manuale. Nel giro di 2 anni sono

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comparsi due terminali galleggianti per

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accogliere le navi americane cariche di

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questo GNL, una a Piombino e l'altra a

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Ravenna. A Piombino, in Toscana, il

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progetto è stato contestato dalla

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popolazione locale e dal sindaco stesso

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che temevano rischi ambientali e di

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sicurezza, perché un rigassificatore

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galleggiante installato nel porto a

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poche centinaia di metri dalle

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abitazioni e dalle aree turistiche

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sembrava a molti una bomba galleggiante

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più che un'infrastruttura energetica.

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C'erano timori legati a eventuali

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incidenti, all'impatto sulla pesca, al

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traffico navale e persino al valore

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immobiliare della zona. A Ravenna invece

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le critiche sono state più politiche. Il

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terminale è stato visto come un simbolo

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di dipendenza dal GNL americano in

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contraddizione con la retorica della

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transizione verde. Infatti, in molti si

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sono chiesti ha senso investire miliardi

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in nuove infrastrutture fossili proprio

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mentre l'Europa dice di volerle

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abbandonare? A tutto questo si

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aggiungono poi in primis il gas dotto

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Tap che porta in Puglia proprio il gas a

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zero e poi tutta una rete interna

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potenziata per distribuire i flussi dal

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sud al nord del paese. Sulla carta è

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tutto perfettamente razionale perché

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ovviamente più vie di ingresso sembrano

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equivalere a maggiore sicurezza, ma qui

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arriviamo al punto. Più GNL o gas arriva

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più tratte diventano sensibili. Quando

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sentiamo parlare del famoso 61%, cioè la

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stima secondo cui oltre la metà dei

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costi militari italiani riguarda la

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protezione diretta o indiretta di

19:43

attività legate al petrolio e al gas,

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parliamo di bilancio pubblico. Cosa vuol

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dire? Che parte dei soldi che spendiamo

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per missioni militari, per

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pattugliamenti navali, per drone di

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sorveglianza, per intelligence marittima

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e sistemi di sicurezza portuale, serve

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anche a difendere le rotte energetiche.

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Ogni rigassificatore galleggiante ha

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infatti bisogno di una nave militare di

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scorta. Ogni gas dotto sottomarino va

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monitorato con sensori. Ogni terminale

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richiede personale di sicurezza e

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assicurazioni più care. Tutto questo non

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lo paga il fantomatico mercato, lo paga

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lo Stato, anzitutto nei bilanci statali

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e alla fine noi in bolletta. Purtroppo

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la sequenza è sempre la stessa, ve la

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riassumo così. Se c'è fragilità

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politica, c'è subito un'opportunità di

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rendita per compagnie locali o straniere

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che si infilano nel caos per sfruttare

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risorse, stipulare contratti vantaggiosi

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o assicurarsi quote di mercato. E alla

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fine per difendere quell'affare che sia

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un gas dotto, un porto o una raffineria

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offshore serve la militarizzazione

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dell'asset e quindi giù di armi, scorte,

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milizie e missioni di pace che di

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pacifico hanno soltanto il nome. Se un

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paese esportatore è instabile e nessuno

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può garantirci che l'Algeria o

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l'Azerbaijan oggi presentati come

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partner affidabili non lo diventino in

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futuro, il rischio di interruzione

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aumenta e quando il rischio aumenta chi

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fornisce protezione inizia finalmente a

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guadagnarci. Non è certo un caso se le

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multinazionali di idrocarburi vanno

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spesso a braccetto con le multinazionali

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produttrici di armi e mezzi militari e

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quando qualcuno ci guadagna la guerra

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diventa un modello di business, non

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un'emergenza. Ecco perché dire oggi

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sicurezza energetica non significa più

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garantire l'energia, significa

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garantirla con la forza. Il gas

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americano ci ha resi indipendenti dalla

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Russia, sì, ma dipendenti da un sistema

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che funziona soltanto finché resta

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militarizzato.

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Ma quindi come si vince la guerra del

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gas? C'è una soluzione? Forse sì, o

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meglio, forse c'è un modo per perdere

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meno. Per ridurre i rischi di queste

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guerre non serve credere alle utopie, ma

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serve ridurre le probabilità di

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successo, rendendo quindi il sistema

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meno concentrato. Il gas dà il meglio e

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il peggio quando tutto passa per pochi

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colli di bottiglia. Un gasdotto

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sottomarino ha coordinate fisse, una

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centrale a gas è un bersaglio unico, ma

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una rete distribuita, fatta di tante

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piccole variegate comunità energetiche,

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no. Ovviamente non elimina la violenza,

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ma la rende meno redditizia, perché in

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un sistema frammentato non esiste il

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bersaglio perfetto. La soluzione non è

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togliere il gas naturale da un giorno

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all'altro, perché uno sarebbe realistico

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e due tecnicamente impossibile, ma

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servirebbe ridurre la domanda,

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soprattutto nei settori dove le

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alternative sono già pronte o possono

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diventarlo. E solare e sistemi di

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accumulo. Pochi lo sanno e probabilmente

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alle lobby fossili questa ignoranza fa

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molto comodo. L'Italia produce già circa

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il 45% della propria elettricità da

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fonti rinnovabili, quindi siamo già in

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movimento, ma questo non basta perché

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dall'altra parte del mondo la Cina corre

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come un treno, investe più in

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rinnovabile di quanto l'Europa spenda in

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difesa. Volete esempi? Il grande muro

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solare nel deserto del Tenger, il parco

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solare di Golmood, il Ganso Wind Farm,

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il più grande parco eolico del mondo.

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Perché la Cina lo fa? Perché ha capito

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che il sole e il vento non richiedono

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scorte armate di contractor stranieri in

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acque internazionali o in paesi terzi

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perché semplicemente le hai già in casa.

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Questa è la differenza tra vivere in una

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casa sotto assedio e vivere in una casa

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sorvegliata, una casa dove c'è

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soprattutto efficienza energetica, un

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campo, tra l'altro in cui l'Italia è già

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tra i paesi più avanzati al mondo,

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significa utilizzare meglio l'energia.

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Un motore elettrico converte fino al 90%

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dell'energia in movimento, mentre uno a

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combustione, qualunque combustibile si

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utilizzi, ne disperde circa il 70% in

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calore e attriti. Vi da sé che più

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investiamo e spostiamo la produzione su

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sistemi energetici alternativi, meno

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conviene mettere una bomba su un tubo o

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ricattarci con giochetti politici.

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perché il mondo diventa improvvisamente

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pacifista, quello è un sogno ingenuo, ma

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perché crolla il premio della violenza e

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con esso crolla la convenienza della

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guerra. Il nostro secolo non è fatto di

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guerre per conquistare il petrolio, ma

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di guerre per non smettere di

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utilizzarlo o al massimo per sostituirlo

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con il gas, quel combustibile che oggi

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va tanto di modo a chiamare ponte verso

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le rinnovabili. Un ponte che però e di

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ponti cattedrali nel deserto, noi in

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Italia siamo veramente dei maestri, non

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porta da nessuna parte. è soltanto un

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alibi elegante per rimandare di in

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continuo le decisioni e continuare a

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difendere lo stesso vecchio sistema

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cambiandogli semplicemente il nome.

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Ecco, se vogliamo un'energia meno

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militarizzata, la strada è decentrarla

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con tutte le alternative possibili.

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Questo non per bontà, ma per interesse.

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Per Aspera ad Astra. Yeah.

Interactive Summary

Il video esplora la geopolitica del gas, definendola la "guerra del gas" del XXI secolo. Evidenzia il legame indissolubile tra energia, politica e interessi militari, che porta a una crescente militarizzazione delle rotte e infrastrutture energetiche globali. Attraverso casi studio come il giacimento di Gaza Marine, l'esplosione del Nord Stream 2, gli accordi dell'UE con l'Azerbaigian (con sospetti di re-export di gas russo) e l'Algeria (un fornitore fragile e alleato della Russia), e il caos post-Gheddafi in Libia, il video mostra come la diversificazione energetica sia spesso una sostituzione di dipendenze, pi Rif_costosa e militarizzata (es. GNL americano). Conclude suggerendo che l'unica vera soluzione per ridurre le "guerre del gas" sia la riduzione della domanda attraverso la decentralizzazione delle fonti, massicci investimenti nelle rinnovabili e nell'efficienza energetica, prendendo esempio da paesi come la Cina.

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