La vera storia di Muhammad Ali, il pugile che umiliò il Potere americano
961 segments
Vola come una farfalla, pungi come un
ape.
United States of America ministers are
exempt from the arm services. It has
been said that I have two alternatives
either go to jail or go to the army. But
I would like to say that there is
another alternative and that alternative
that alternative is justice. There's one
hell of a lot of difference in fighting
in the and going to war in Vietnam.
L'uomo
che avete appena sentito non ha bisogno
di presentazioni. Tutti prima o poi ne
hanno sentito menzionare almeno una
volta nella vita il nome. Mohammad Ali.
Nato Cassius Marcellus Clay Jor nel
1942. Mohammad Ali non è stato soltanto
un pugile leggendario, noto per aver
vinto l'oro Olimpico a Roma nel 60 o per
aver strappato il titolo mondiale dei
pesi massimi a Sony Liston nel 64, o per
il Rumble in the Jungle contro George
Foreman e per il Thrill Manila contro
Joe Fraser. La sua storia trascende la
carriera sportiva, finisce
inevitabilmente nella società e nella
politica statunitense.
diventa portavoce dei diritti dei neri
americani, attivista contro la guerra in
Vietnam e simbolo globale della guerra
fredda con un misto di sospetto,
negazione e anche ammirazione. Il suo
rifiuto di combattere in Vietnam, la
militanza nella Nation of Islam, il
processo federale, la sorveglianza dell
FBI, i viaggi in Africa e Medio Oriente,
la trasformazione in icona mondiale.
Tutto questo lo rende un personaggio
scomodamente politico. Ma per capire
come un pugile arrivi a mettere in crisi
lo stato più potente del pianeta, tocca
partire dall'inizio. Prima di partire
però, possiamo anche guardare alle
storie che hanno raccontato molto meglio
a lì. Ad esempio su Forooks partner di
questo episodio, trovate l'analisi del
libro di Thomas Hauser su Muhammad Ali,
libro che ho scoperto proprio grazie a
Forbooks e che poi ho approfondito
leggendo il testo completo per preparare
questo video. Forbooks è un'applicazione
che raccoglie sintesi chiare e rapide
dei migliori libri al mondo, pensata per
imparare mentre fate altro. Ma ne
parliamo meglio dopo.
[musica]
Louisville, anni 50. La città natale di
Cassius Clay è ancora soffocata dalle
leggi Jim Crow che impongono la
segregazione raziale in ogni aspetto
della vita quotidiana. Nel Kentucky di
quegli anni un ragazzo nero non può bere
nella stessa fontanella di un bianco e
nel sud ai neri non è neppure garantito
il diritto di voto fino al 1965.
È in questo ambiente oppressivo che
cresce Cassius, un ragazzo mingherlino,
ma già convinto del proprio valore.
Diventerò il campione del mondo dei pesi
massimi proclama ai vicini
>> e sorridono di quel bambino tutto ossa e
vanteria. Eppure quel ragazzino così
determinato inizia a correre ogni
mattina all'alba, allenandosi con
disciplina feroce e trasformando la
frustrazione in dedizione.
>> A 18 anni Cus Clay sale su un aereo e
vola a Roma per le Olimpiadi del 1960. è
terrorizzato a morte dall'idea di
volare. Da quella paura negli anni
successivi nascerà addirittura la
leggenda secondo cui si sarebbe
presentato all'imbarco con un paracadute
in spalla.
[musica]
Nella finale di quell'Olimpiadi batte il
polacco Pietrizzowski e conquista la
medaglia d'oro a dispetto della giovane
età.
Ma l'eroe olimpico tornato a casa scopre
presto che l'oro non basta a cancellare
il colore della pelle.
I took my gold medal thought I' inv some
I said man I know I'm to get my people
freedom the champion of the whole world
champion I know I can eat downtown now
cup of coffee hotgia
forse apocrif della medaglia gettata
nell'Ohi smentita poi dallo storico
Thomas Hauser vive comunque nella
memoria popolare. Perché coglie una
verità profonda e cioè che nell'America
di Clay un campione nero poteva essere
accolto con parate e manifesti come
Welcome Home Cassius e però al tempo
stesso essere trattato come un cittadino
di serie B.
Quel contrasto bruciante tra gloria e
umiliazione è il fuoco che innesca la
metamorfosi di Cassius Clay. Negli anni
successivi Clay scala i ranghi del
pugilato professionistico a colpi di
talento e parlantina. È un peso massimo
atipico, è agile, veloce e soprattutto
chiacchierone.
Ie lo chiamano The Louisville Lip, il
labbro di Louisville per la sua lingua
tagliente. Ed è in questo periodo, nei
mesi che precedono la sfida mondiale,
che nasce una delle frasi più iconiche
della storia dello sport: "Floatterfly,
sting bee, vola come una farfalla, pungi
come unape." Oconia è il suo poet coach
Drew Bundini Brown durante un
allenamento del 64, ma Clay la fa subito
sua. È un riassunto perfetto del suo
stile, elegante, beffardo, leggero nei
movimenti e affilato nei colpi, quando
poi nel 64 ottiene proprio la
possibilità di sfidare il campione del
mondo all'epoca Sony Liston, quasi
nessuno lo prende sul serio.
Tra l'altro mi hanno fatto notare, non
ci avevo pensato, che con questa
parlantina Ali ha letteralmente
anticipato i monologhi di Eminem e di
buona parte del rap moderno. La sera del
25 febbraio i bookmaker lo danno
perdente 7-1. Il celebre attore Jackie
Gleison addirittura scherza sul giornale
che Liston lo manderà ko in 18 secondi,
inclusi i 3 secondi, citiamo, che il
chiacchierone impiega a entrare sul
ring. Persino gli investitori del
Louisville Sponsoring Group, i ricchi
uomini di affari bianchi che finanziano
Clay, sono così convinti della sua
sconfitta da pianificare già il percorso
in ambulanza verso l'ospedale. A bordo
ring però c'è qualcuno che crede in lui.
Malcom, leader afroamericano della
Nation of Islam, seduto in prima fila
come ospite e mentor di Clay. Se volete
anche un video dedicato a Malcom
scrivetemelo qui sotto nei commenti.
[musica] Il match tra i due è pura
storia. Clay domina l'iston e lo
costringe al ritiro prima dell'inizio
dell'ottavo round. Vittoria per KO
tecnico al settimo. A 22 anni Cassus
Clay così finisce sul tetto del mondo,
esultando davanti alle telecamere e
grida: "I shook up the world! Ho scosso
il mondo!
Ma la vera scossa, quella politica e
quella sociale, arriva il giorno
successivo. Il 26 febbraio 1964 Clay
annuncia pubblicamente la sua adesione
al movimento religioso separatista dei
Black Muslims, cioè la Nation of Islam,
all'epoca guidata da Elijah Mohammad,
capo indiscusso del movimento. Per i
suoi seguaci, Elijah era il messaggero
di Allah negli Stati Uniti, l'uomo che
aveva trasformato una piccola
congregazione in un'organizzazione
nazionale con migliaia di membri. In
quello stesso annuncio, Clay dichiara di
voler essere chiamato Muhammad Ali,
rinnegando, parole sue, il nome da
schiavo ereditato dai suoi antenati.
and
but we have names like and clay and
hwins and Smith and Jones and Johnson
but we are black these are the slave
names I heard this I knew was the truth
history. So Mohammed Ali is a beautiful
black name. When I heard this I just had
to walk out of the church and
Christianity they never t us our true
knowledge. [musica]
Then they told me how we were
brainwashed in America. We see Jesus,
he's white with blond hair and blue
eyes. We see the Lord supper, all white
people. We see the angels in heaven, all
white people. And we look at Miss
Universe, a white woman, Miss America, a
white woman, Miss World, a white woman.
Tarson, the king of the jungles in
Africa. In un colpo solo il giovane
campione combina il sacrilegio e il
tradimento, almeno agli occhi
dell'establishment bianco. Un pugile
nero che abbraccia una fede considerata
anticristiana, un nero separatista che
osa cambiare nome rifiutando quello
americano. Per molti è troppo e le
reazioni chiaramente non si fanno
aspettare e sono furiose.
Per capire il perché di questa reazione
qui, dobbiamo togliere un attimo il
filtro della le campione e guardare in
faccia la dottrina a cui ha aderito in
quel momento.
La Nation of Islam di Elija Muhammad non
è semplicemente un Islam per neri, è un
movimento nazionalista. che predica una
cosa molto chiara. I neri americani non
devono integrarsi, ma devono separarsi.
Nel programma musulmano ufficiale c'è
scritto che i discendenti degli schiavi
devono ottenere uno stato loro fertile e
ricco di miniere, pagato dal governo
degli Stati Uniti come risarcimento per
la schiavitù. L'idea, capita bene, è
brutale perché presuppone due popoli,
due territori e due economie diverse. I
bianchi vengono descritti come citiamo
razza del diavolo, frutto di una
deviazione genetica voluta da uno
scienziato pazzo chiamato Yubrina
ripetuta costantemente nei sermoni. E su
quella dottrina la Nation of Islam
costruisce due pilastri. Il primo è che
l'integrazione è una trappola. Il
secondo è che i neri che chiedono
l'integrazione sono Uncle Tom, cioè
servi che vogliono essere accettati dal
padrone bianco. Capite bene che qui
rispetto a Martir Luther King e alla
NWACP siamo su un altro pianeta. King
chiede di entrare nel ristorante dove i
bianchi già siedono, alla pari. Ilia
Mohammad dice: "Lasciatelo il
ristorante, noi vogliamo un altro
edificio tutto nostro". Muhammad Ali
negli anni 60 non è un simpatizzante
tiepido di questa roba, ci crede e anche
tanto.
>> Addirittura ripete in intervista e
Comizzi che non vuole forzare
l'integrazione, che non sposerà mai una
donna bianca, che non ha intenzione di
vivere dove i bianchi non lo vogliono.
Per una parte dell'America Nera,
soprattutto nei ghetti del nord e nelle
città dove la polizia, tra virgolette
sbaglia sempre mira soltanto quando
spara un nero, quel messaggio è
catartico. Dopo secoli di schiavitù e un
secolo di segregazione legale, la Nation
of Islam offre qualcosa che King non può
offrire, non la promessa di essere
accettati, ma la promessa di non avere
più bisogno di essere accettati.
people
brat
out if a rattle snake broke in beat you
getting off this stage. I don't hate
rattle snakes. I don't hate tigers. I
just know I can't get along with them
after learning nature the snake and the
tiger. I don't want to try to eat with
him or sleep with him because I know
that he might bite me. So now you don't
think that we can ever get along.
Ed è qui che entra in scena Arthur Ash,
il tennista che ha combattuto in prima
persona l'apartide sudafricano. Ash
ammira il coraggio di Ali, condivide la
denuncia del razzismo, ma quando legge i
discorsi della Noi della National Islam
resta sbigottito, anzi ripugnato. dirà
che il progetto di Elija Muhammad gli
sembra una specie di aparta
all'americana, perché cambieranno pure i
soggetti, ma non il principio sbagliato
e cioè che non si dovrebbe mai dividere
gli esseri umani per legge o etnia. Alì
questa critica non la sente o non la
vuole sentire. è giovane, arrabbiato e
cresciuto in un Kentucky che
radicalizza, polarizza la gente, dove la
polizia malmena neri per molto meno di
una parola di troppo e quindi è
affascinato dal fatto che per la prima
volta un leader religioso gli venga a
dire che Dio non è un vecchio barbuto
bianco, ma è un Dio che può avere la sua
faccia e che il problema non è lui, il
povero ragazzo nero, ma il sistema che
lo ha sempre voluto in ginocchio. And I
always ask my mother mother come is
everything white
Jesus with blind and blue eyes maren
per una vita intera gli hanno spiegato
in modo più o meno esplicito che se lui
è povero, se lui è ultimo, se lui è
insultato in strada in qualche modo se
lo merita. Invece Elijah Muhammad gli
rovescia il quadro. Capite bene che è
una promessa psicologica potentissima.
can't feed themselves. No people can be
free if they don't clo themselves. [ __ ]
22 million people. Elijah teaches us we
don't make shoe strains. 22 million
people and don't have a toothpick
factory. 22 million people if you white
people close the grocery stores tomorrow
we would starve to death. We would look
like fools trying to be violent against
the most powerfulest military country on
earth. We would look like bulls running
down a railroad track head on into more
locotive train. You might say look at
that brave bull. When that bull come
head on with that train, all he will
have left as his monument is his blood
and his flush on the track. See, we
can't be powerful against the man who
makes the bullets, who makes the guns.
We look like fools with a pop gun hiing
on a roof shooting at the army. If every
nigro had a machine gun, a tank, a
bazooka, a year's round of ammunition
and a good hide out, we wouldn't have a
chance because uh we don't control no
food. After two or three days, we be uh
hungry. Do you [musica] accept as a
matter of faith that Elijah Muhammed
can't deceive you? Not about white
people. I know he's right. Everything he
say about white people right. Even when
he say you the devil.
And that's correct. [musica] Yes, sir.
All the way. How did the devil make so
well?
Solo più tardi, dopo la morte di Elija
Muhammad e il passaggio all'Islam
sunnita, Ali attenuerà queste posizioni,
smetterà di parlare di diavoli bianchi,
abbandonerà i deliri cosmologici su
Jacub e sull'astronave madre. Tuttavia,
negli anni 60 era inconcepibile, per
l'opinione pubblica che il campione del
mondo fosse un anticristiano e parte
soprattutto di un movimento
neroradicale. Perfino i genitori di Ali
detestano il nuovo nome, giornalisti,
fan e perfino alcuni ex campioni come
Floyd Patterson si rifiutano
ostinatamente di chiamarlo Mohammad Ali,
continuando a utilizzare invece Cassius
Clay. Inoltre, per capire bene quanto
l'America bianca e non solo fosse
sospettosa di questo nuovo Ali, basta un
dettaglio spesso dimenticato e cioè che
l'FBI apre un file a suo nome già nel
62, anni prima del Vietnam. La box
dell'epoca riflette in fin dei conti gli
stereotipi dell'America di allora. Il
già menzionato Patterson, afroamericano
cattolico e patriota, viene presentato
come il nero buono, quello
integrazionista, quello umile, tanto che
la NWACP, la principale associazione per
i diritti civili, lo aveva di fatto
approvato come modello da seguire. Sony
Liston, con il suo passato criminale e
l'atteggiamento minaccioso, invece era
etichettato come il nero cattivo, l'orco
fuori controllo da temere. Cassius Clay/
Ali rifiuta invece entrambi i ruoli.
Dovevo provare che si poteva essere un
nero nuovo dirà in seguito. In questa
turbulenta metamorfosi, sullo sfondo si
staia la figura di Malcom.
[musica]
>> [musica]
>> È stato lui, il più eloquente esponente
della Nation of Islam a fare da guida
spirituale al giovane Clay negli anni
del titolo. I due sono amici e fraterni.
Malcolm compare in foto sorridente
accanto a Casius nei giorni precedenti
l'incontro con Liston, ma proprio mentre
Clay diventa Ali, Malcom X rompe con
Elija Muhammad uscendo dalla Nation of
Islam per divergenze ideologiche e
rivelazioni di scandali interni che per
motivi di tempo approfondiremo magari in
un video a lui dedicato.
Questa divergenza segnerà anche una
rottura definitiva con il giovane Ali.
Tant'è che qualche mese più tardi, il 21
febbraio 65, quando Malcom X viene
assassinato durante un comizio a Darlem,
Mohammed Ali appena venreenne a malapena
ne commenta la morte.
X and anybody else attacks
about
solo molti anni più tardi ammetterà che
voltare le spalle a Malcolm è stato uno
degli errori che più rimpiango in tutta
la mia vita. Ma ormai la storia ha preso
un altro corso. Al da neocione non
smette di provocare. Sul ring distrugge
un avversario dopo l'altro, spesso
accompagnando i jab con versi taglienti.
Quando affronta Floyd Patterson nel
novembre 65, questi insiste a chiamarlo
Clay. Al punisce prolungando il massacro
fino al KO tecnico urlandogli "Come on
America's hope
man".
>> Nel febbraio 67 contro Ernie Terrel, che
pure si ostinava col nome sbagliato, Ali
infierisce ripetendo: "Come ti chiami a
ogni colpo?
Fuori dal ring. Le sue interviste sono
pugni nello stomaco dell'establishment.
Io sono l'America, sono la parte che non
volete riconoscere. Abituatevi. Nero,
sicuro, arrogante, il mio nome, non il
vostro, la mia religione, non la vostra,
i miei obiettivi, i miei e soltanto
miei. Fatevene una ragione.
Tuttavia, nel 1966, la, tra virgolette,
nuova America di Al scontra con la più
tragica realtà geopolitica del momento.
La guerra del Vietnam. Il Vietnam ve lo
ricorderete anche da questo nostro
vecchio video che è uno di quelli che
avete apprezzato di più. Nei commenti mi
avete scritto là sotto che questo video
vi ha acceso una voglia enorme di capire
e di andare più a fondo spesso nelle
questioni. Proprio per questo non posso
non consigliarvi il partner di questo
episodio, cioè Forbooks. Forbooks è
questa applicazione qui che vi permette
di imparare cose nuove mentre fate
altro. In macchina, gli spostamenti, in
palestra, in cucina. Io, ad esempio, la
utilizzo molto in questo modo, cioè mi
ascolto i concetti chiave di un libro in
una quindicina di minuti, mi chiarisco
le idee sui temi centrali, spesso
prendendo qualche appunto e se poi quel
libro mi prende davvero, lo compro e lo
approfondisco per conto mio. Le
categorie che utilizzo di più sono
ovviamente storia e filosofia, ma anche
società e cultura, economia e biografie.
Ci sono titoli interessantissimi come
questi qui e non a caso oggi su Forbooks
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>> Mentre il conflitto in Vietnam si
inasprisce fino a diventare una
mattanza, il campione del mondo inizia a
parlare apertamente contro la guerra,
seguendo un principio semplice: non
uccidere i tuoi fratelli oppressi. Lì,
prima ancora di molti altri commentatori
autoproclamatesi, esperti analisti,
capisce che la guerra in Vietnam non è
altro che la guerra dell'uomo
colonizzatore, un'aggressione
imperialista travestita da crociata
morale. A lì vede un filo rosso che
collega la città di Saigon a quella di
Selma. Saigon è la città dove gli Stati
Uniti mandano ragazzi neri e non solo a
combattere per la libertà. Mentre Selma
in Alabama è la città dove la polizia
prende manganellati neri che chiedono
semplicemente di poter votare. Sono due
fronti diversi della stessa ipocrisia.
Perché io dovrei mettere quindi un
uniforme, dice, e andare a 10.000 km da
casa a sganciare bombe e pallottole su
delle persone che hanno una pelle
diversa dalla mia in Vietnam, mentre a
casa mia a Louisville ci sono cittadini
di serie A e B, conoscenti neri che
vengono trattati come cani e privati dei
diritti umani fondamentali. Questa frase
"I got no quarrel with them vietong",
non ho alcun motivo per litigare con i
Viet Kong rimbalza sui giornali
scandalizzando l'America patriottica. Un
pugile famoso che si dichiara
apertamente contro la guerra proprio
mentre migliaia di ragazzi vengono
mandati a morire nella giungla asiatica.
Questo per molti è troppo da digerire.
Eppure Aliì non è solo. Già nel 65 il
comitato studentesco SNCC, cioè l'ala
radicale del movimento per i diritti
civili, aveva dichiarato: "I neri non
dovrebbero combattere in Vietnam per la
libertà dell'uomo bianco, finché tutti i
neri non sono liberi in Mississippi." Il
Vietnam quindi viene percepito da una
crescente parte della comunità
afroamericana come una doppia
ingiustizia. Si manda a combattere e
morire sproporzionatamente proprio chi è
discriminato in patria. I numeri sono
impietosi grazie alle esenzioni
peruniversitari e ai posti nelle unità
di riserva, lo stesso percorso che in
fin dei conti consentì a un giovane
Donald Trump di non essere arrullato nel
68. I coscritti bianchi, ben stanti
possono evitare il fronte. Nel 67 ben il
64% degli afroamericani idonei alla leva
viene chiamato sotto le armi contro il
31% dei bianchi. Nei primi anni di
guerre, i soldati neri subiscono un
tasso di perdite in combattimento doppio
rispetto ai comenitoni bianchi. "Il vero
nemico del mio popolo è qui negli Stati
Uniti" afferma Alice senza troppi giri
di parole.
E proprio il 28 aprile 1967 Mohammad Ali
mantiene fede alle proprie parole. A
Houston, presso il centro di
reclutamento, Alice si rifiuta per ben
tre volte di rispondere alla chiamata
alle armi. Indossa una giacca elegante,
tiene in mano una copia del Corano e
appare incredibilmente calmo mentre dice
di no all'ufficiale. In poche ore Alene
arrestato, viene incriminato per renitza
alla leva.
La condanna non tarda ad arrivare. In
tempo due mesi il giudice lo sentenzia a
5 anni di prigione. Immediatamente la
Commissione Pugilistica di New York e la
WBA gli revocano la licenza e anche il
titolo mondiale. E non si tratta di un
provvedimento isolato perché tra il 67 e
il 1970 più di 20 stati americani gli
revocano la licenza. Praticamente metà
dell'America decide che Aliì non deve
più combattere. A 25 anni uno degli
uomini più famosi al mondo si ritrova
inchiodato a bordo ring e privato
soprattutto del titolo e del lavoro. I
titoli dei giornali lo bollano come
Draft Dodger, disertore codardo. Lui
invece replica fiero: "Preferisco
perdere tutto piuttosto che tradire la
mia fede". In effetti Aliì perde
moltissimo, perde i contratti milionari
di tutti i successivi incontri, perde la
corona di campione, la possibilità
stessa di combattere nel fiore degli
anni, perché la sospensione durerà oltre
3 anni e ricordiamolo, sono 3 anni più
importanti e anche remunerativi per la
carriera di un pugile, così bruciati per
principio.
anything. I'm not apologizing for
nothing like that because I don't have
to. I'm apologizing to the people who in
charge of the selected service. Those
are the people that take this up with.
I'm not in cour that I'm a champ of the
world. This is athletic commissioner and
I'm here to fight for the title
before this commission
correctly. [musica]
All'epoca molti non capiscono. Nella
comunità nera qualcuno mormora che Ali
si stia rovinando con le proprie mani.
Amici di infanzia a Louisville diranno:
"A dire il vero pensavamo che Muhammad
fosse impazzito. Sembrava folle.
Soltanto col tempo, però abbiamo capito
che era la sua passione, la passione per
la pace.
Persino Martin Luther King, inizialmente
cauto sul Vietnam, a un anno prima
dell'assassino, definirà Al7 un
testimone della coscienza.
Ma Mohammad Ali non resta in silenzio.
19
attesa dell'appello, Al gira il paese
tenendo conferenze nelle università con
abito elegante e parlantina travolgente.
a Ringa le platee contro la guerra e
contro il razzismo, incantando molti
giovani e irritando ancora di più
l'America conservatrice. Quando gli
chiedono "Perché non vuoi servire
l'esercito?" Lui risponde caustico: "Voi
chiamatemi pure traditore, ma io vi
ricordo che nessun Viet Kong mi ha mai
chiamato negro".
Paradossalmente più il governo prova a
zittirlo, più Ali diventa un eroe
underground. Nel 68 le proteste anti
Vietnam esplodono in tutto il paese.
Intanto Ali comunque continua il suo
match legale contro lo Stato e la storia
comincia a dargli ragione. Nel 67
soltanto un terzo degli americani
pensava che la guerra fosse un errore,
ma nel 70 la maggioranza del paese
giudicava sbagliato inviare truppe in
Vietnam, ancor di più quando vengono
fuori immagini orribili come queste,
questa scattata dal premio Pulzzer Eddy
Adams o questa, la ragazza Napalm
scattata dal premio Pulzzer Nick UT.
Fatto sta che nel giugno del 1971 la
Corte Suprema degli Stati Uniti emette
il verdetto finale sul caso Alimp.
Inizialmente sembrava che la maggioranza
dei giudici, pur riconoscendo
l'obiezione di coscienza religiosa,
volesse confermare la condanna. Ma
dietro le quinte accade qualcosa di
straordinario. Un giovane assistente del
giudice Harlan, studiando a fondo la
questione convince il magistrato che Ali
è sincero e che il governo ha costruito
la sua accusa su basi scorrette. Il
giudice Harlan, convinto dell'analisi
del suo assistente, quindi cambia
posizione e inizia a confrontarsi con
gli altri giudici, esponendo le ragioni
per cui la condanna non può reggere.
Così, alla fine il presidente della
corte, tale Warren Burger, temendo di
passare alla storia come l'unico
oppositore, cede e si unisce agli altri.
Ne viene fuori che la sentenza è
unanime. Otto giudizi contro la
condanna, zero favorevoli. Dopo ben 4
anni di battaglia, Ali finalmente è
libero. Ha vinto a pugni, stavolta
metaforicamente contro l'America.
that I'm still the fastest the most
classest
fighter of all
right.
>> Mohammed Ali ha 29 anni quando può
tornare a combattere. Nel periodo di
sospensione non ha mai visto il carcere
perché era libero su cauzione, ma il
prezzo pagato è altissimo. Il mondo
della box è andato avanti senza di lui.
Nuovi campioni sono emersi. Primo fra
tutti Joe Fraser e Aliì, inattivo per
anni, è un'incognita. Nonostante ciò, il
suo ritorno è un evento mondiale.
Nell'ottobre 70, prima ancora della
sentenza definitiva, Ali ottiene una
licenza per combattere ad Atlanta. Qui
vince per ko tecnico su Jerry Querry. Ma
il vero appuntamento è l'anno seguente a
New York contro Joe Fraser per
riunificare il titolo. È l'8 marzo 1971,
la sfida del secolo.
L'establishment continua a dividersi su
Ali. Molti tifano per Fraser, nero, meno
politico, visto come l'uomo dell'ordine,
ma una larga fetta dell'opinione
pubblica, specie tra i giovani e gli
afroamericani, ormai fa il tifo per lì.
L'esito sul ring però è amaro. Fraser
vince ai punti e manda anche knockdown
con un tremendo gancio sinistro.
Mohammad Sapora per la prima volta la
polvere della sconfitta.
È una battuta di arresto, ma non la
fine. Al incassa, fa autocritica e torna
ad allenarsi con più lena.
Nel frattempo, fuori dal ring, la sua
immagine evolve. Gli anni 70 vedono
l'opinione pubblica ricredersi [musica]
su quell'uomo che un tempo odiava.
>> [risate]
>> La guerra in Vietnam è sempre più
impopolare, lo ricordiamo. Nel 73 gli
Stati Uniti si ritirano, nel 75 Saon
cade e Muhammad Ali viene
retrospettivamente considerato da molti
un profeta civile, uno che tra
virgolette aveva ragione. Mi verrebbe
quasi da dire facile dare la colpa al
capitano quando la barca ormai è
affondata.
è la macchina del fango. D'altronde la
sua figura comunque inizia a rassicurare
anche chi lo temeva. Al appare in talk
show divertendo il pubblico con le sue
rime e le sue battute, scherza con i
bambini, mostra un volto più
conciliante. Il suo eloquio, anche con
il passare degli anni, si è fatto meno
incendiario. Nel 75, dopo la morte di
Elija Muhammad, Ali abbraccia l'Islam
sotto la guida di Wardin Muhammad, in
questo caso rigettando le teorie più
estreme della National Islam e così
attenuando molte vedute. Infatti, dopo
il 75 comincia a predicare un Islam di
pace, collabora con organizzazioni di
carità, persino con l'ONU, però non
rinnegò mai di aver creduto in ciò che
credeva allora. A lì era fatto così, o
tutto o niente. E proprio quella sua
radicalità scomoda e oggi poco
raccontata è stata ciò che negli anni 60
lo ha reso così interessante per alcuni
e così detestato per altri. Ma è sul
ring che Alc dimostrare.
Nel gennaio 74 affronta di nuovo Joe
Frazer in un atteso rematch e stavolta
vince nettamente. Ora il suo obiettivo è
un altro, il titolo mondiale che è
passato nel frattempo nelle mani di un
nuovo fenomeno, George Foreman. Un
colosso mai sconfitto dall'energia
devastante più giovane di Alli di 7
anni. Foreman ha demolito Fraser in due
riprese e molti temono che farà lo
stesso con Ali. A organizzare l'incontro
tra i due è quest'uomo, Don King, uno
dei manager più potenti e anche
controversi della box americana. Don
King è un tipo capace di vendere uno
schiaffo come fosse un'epopea e ha
un'idea visionaria, portare l'incontro
tra i due direttamente in Africa, back
to Africa, come lo slogan dice,
addirittura nella gigantesca Repubblica
Democratica del Congo che all'epoca si
chiamava ancora Zaire. La loro dittatore
Mobutus Eseseco fiuta l'affare
propagandistico e offre un premio senza
precedenti di 5 milioni di dollari a
testa per ospitare il match a Kinshasa.
Nasce così il leggendario Rumble in the
jungle, lo scontro nella giungla.
>> [musica]
>> Il 30 ottobre 74, nello stadio 20 maggio
di Kinshasa Grenito fino all'orlo,
Mohammad Ali, accolto, come si accoglie
un capo di stato, pur non avendo mai
ricoperto nessuna carica politica,
combatte per riprendersi il titolo
mondiale. L'evento trascende lo sport
perché è il primo grande spettacolo
globale che si tiene nell'Africa
subsariana in pieno periodo di
decolonizzazione.
A 32 anni suonati, chiaramente non è più
rapido come un tempo, ma possiede una
scaltrezza tattica leggendaria. inventa
lì per lì la strategia del rope a dope,
cioè si tiene coperto alle corde
lasciando che Foreman, più giovane, più
potente, ma comunque inesperto sulla
lunga distanza, si stanchi da solo
colpendolo da Stuzia nei momenti giusti.
Ma così che all'ottavo round Foreman
infatti crolla al tappeto sfinito.
Mohammed Ali riconquista in questo modo
il titolo mondiale dei massimi contro
ogni pronostico. Quella è la
consacrazione definitiva.
Quella notte a Kinshassa Aliì non è
soltanto un pugile vittorioso, è
un'icona globale che ha capito
perfettamente il peso politico
dell'evento. Dice in sostanza un
incontro mondiale in Africa non è una
cosa di poco conto. È un paese africano
che ospita un grande evento
internazionale con soldi propri, piloti
propri, strutture [musica] proprie. È un
modo raffinato per dire che l'Africa non
è più il continente dei documentari
lacrimosi, quelli prodotti in Occidente,
quelli costruiti su capanne di fango e
bambini denutriti, ma è il continente
che secondo lui può permettersi, almeno
in apparenza, di giocare nella stessa
arena dei grandi. È un messaggio che in
piena guerra fredda appesa davvero
perché Stati Uniti e Unione Sovietica
guardano all'Africa come a una
scacchiera da manipolare, anche perché
molti stati africani sono indipendenti
soltanto sulla carta con economie
fragili e governi instabili. Al arriva
in questo scenario come un corpo
estraneo. Non rappresenta il Pentagono,
non rappresenta il Cremlino, né parla
per conto di un governo. Addirittura in
alcuni documenti declassificati degli
anni 70 la CIA lo cita esplicitamente
come un'influenza culturale
internazionale non controllabile dagli
Stati Uniti e proprio per questo,
paradossalmente, la sua presenza diventa
politica. La box diventa lo sport più
diretto del mondo. Due uomini, nessun
intermediario, nessun arbitro che può
salvarti, perché se vinci vinci davvero
e come palcoscenico un continente che ha
appena tagliato le catene del
colonialismo. Al lì poi è uno che ha
sfidato una condanna, uno che ha perso 3
anni di carriera pur di non piegarsi
allo stato. È questo che la gente vede.
Mobutu pensa di utilizzarlo come
propaganda per lo zaire, ma accade
l'opposto. sono gli spettatori africani
a utilizzare Ali come simbolo di
riscatto, non perché lui sia nero, ma
perché è uno che sfida l'ordine
stabilito e lo fa su un palcoscenico
globale. E quel palcoscenico Ali
continua a dominarlo ancora per qualche
anno. Negli anni successivi Ali
difenderà il titolo più volte in
spettacoli memorabili, ma ormai il
declino fisico è cominciato. Nel 1980 un
ultimo tentativo fallimentare contro
Larry Holmes segna la fine della sua
carriera pugilistica. Colpito poi dal
morbo di Parkinson già dalla metà degli
anni 80. A lì si ritira a vita privata
comparendo saltuariamente come
ambasciatore di pace. Il suo volto, un
tempo strafottente e loquace, ora trema
silenzioso. Paradossalmente quel
silenzio [applauso]
[musica]
giugno 2016 a 74 [musica]
anni in un ospedale di Phoenix, non di
colpo, non come un guerriero, ma dopo
anni di malattia.
God don't give about Joe Fraser.
[musica] God don't care nothing about
England America as far as your wealth is
all his he wants to know how do we treat
each other? How do we help each other?
There have been many kings and queens of
England they're all dead. After this one
is gone another one will come. So we
don't stay here. We just trustes. We
don't own nothing. Even your children
are not yours if you think I'm lying.
Your wife if not yours the most
important thing about life is what's
going to happen when you die.
Come fa notare un biografo, la sua vita
politica è stata contraddittoria quanto
la sua carriera pugilistica. A tratti
nobile e altruista e a tratti frustrante
e appunto contraddittoria. Muhammad Ali
nella sua vita è stato il paladino della
giustizia sociale, l'uomo delle uscite
discutibili, il prototipo dell'atleta
impegnato e uomo immagine talvolta
disposto a scendere a patti con il
potere. accettò inviti da regimi
autoritari come Mobutu, Marcus, Castro o
anche in Arabia Saudita e nell'84
appoggia pubblicamente la campagna del
presidente repubblicano Ronald Reagan.
Uno shock per molti suoi ammiratori, ma
Ali era fatto così, era imprevedibile e
lo dimostra nello stesso rapporto con
Rean. Invitato a una serata di gala,
alla Casa Bianca, Ali si presenta,
stringe le mani, posa per qualche foto,
poi quando arriva il momento della cena
formale si alza e se ne va dopo 15
minuti. Regan, raccontano, si infuriò e
non poco. Ma anche questo è parte del
paradosso di Ali. Chi ne ha fatto sono
io aveva sempre detto riguardo a sé. Un
uomo così complesso non può essere
imprigionato in una morale semplice. A
lì è stato molte cose: farfalla leggera
e ape pungente, integralista oltraggioso
e atleta bonario, traditore della patria
e poi tesoro nazionale. Ma forse questo
è il destino di ogni grande personaggio
storico. Alistesso del resto amava
parlare per paradossi e aforismi. Vale
allora la pena chiudere con un proverbio
arabo che sembra scritto davvero per
lui. Un leone è un leone, anche se è in
gabbia. In fin dei conti hanno provato a
metterlo in gabbia, a zittirlo, a
domarlo, a criticarlo, ma non ci sono
riusciti. E forse questo è il motivo per
cui Ali fa ancora discutere non tanto la
sua box, ma il suo pensiero e
soprattutto la sua politica. è stato uno
dei pochi individui capaci di mettere in
imbarazzo uno stato dividendo un paese e
influenzando un continente senza mai
sedere in un governo. E oggi, a distanza
di anni della sua morte, il nome di
Mohammed Ali riecheggia e fa discutere
ancora. Grazie per essere rimasti fino
alla fine, sperando che questo video
biografia vi sia piaciuto. Noi ci
vediamo in un prossimo episodio. Se
avete un altro grande nome magari da
analizzare anche in chiave sociopolitica
qui sul canale, fatemelo sapere per
Aspera ad Astra.
do we don't have 80 years on this is
test to see where we life this is not
life now your s is inside you your body
some you go to look at the fridge you
don't have no tee your hair leaving you
your b get tired but your soul and your
spirit never die that's going to live
forever so your body is just housing
your soul and spirit so god is testing
on how we treat each other, how we live.
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Muhammad Ali, nato Cassius Marcellus Clay, non fu solo un leggendario pugile ma anche un'influente figura sociopolitica. Cresciuto sotto le leggi della segregazione razziale negli Stati Uniti, la sua vita sportiva e personale si intrecciò profondamente con le lotte per i diritti civili e contro l'imperialismo. Dopo aver vinto l'oro olimpico, rifiutò il suo "nome da schiavo" e abbracciò l'Islam, diventando Muhammad Ali e portavoce della Nation of Islam, un movimento separatista nero. Il suo rifiuto di combattere in Vietnam lo portò alla revoca dei titoli e a una condanna, poi annullata dalla Corte Suprema, trasformandolo in un'icona globale contro la guerra. Tornato sul ring, riconquistò il titolo nel celebre "Rumble in the Jungle" in Zaire, un evento che assunse un profondo significato politico per l'Africa decolonizzata. Ali, una figura complessa e a tratti contraddittoria, continuò a evolvere le sue vedute religiose e sociali, diventando infine un ambasciatore di pace, ma la sua radicalit à e la sua politica rimangono oggetto di discussione e ammirazione per la sua capacit à di sfidare lo status quo.
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