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Perché in Italia non si fanno più figli

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Perché in Italia non si fanno più figli

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730 segments

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Da poco ho compiuto 33 anni, un numero

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che ha pure un suo peso teologico e

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sempre più persone mi chiedono "Ma

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perché non hai ancora un figlio o una

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figlia?" Quando ce lo fai un nipotino,

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chi si prenderà cura di te poi? Ma non

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ti senti solo? Faccelo un bel bambino.

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Convenzione odontoiatrica. Alisa serve

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l'apparecchio.

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Parentesi necessaria, il video di oggi

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non vuole moraleggiare perché ognuno fa

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della propria esistenza ciò che ritiene

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giusto a partire dalla vero o meno un

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figlio. L'obiettivo di questo episodio è

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capire perché buona parte dei paesi

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sviluppati stia attraversando un inverno

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demografico e da cosa derivi questo

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fenomeno. Siccome ci sono una marea di

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fattori, per comodità li andremo a

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dividere semplicemente in economici e

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poi culturali e sociali. Questi ultimi

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forse sono ancora più importanti. Faremo

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questo ragionamento insieme al partner

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di questo episodio, Edenred, che con i

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suoi buoni Pasto Ticket Restaurant

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Edenrediene su uno dei costi più

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ricorrenti nella vita di tutti i giorni.

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I pasti. Questo qui è un servizio

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utilizzabile sia dai lavoratori

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dipendenti, dalle aziende che dalle

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partite IVA e che può essere gestito in

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modo molto efficiente dal punto di vista

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fiscale, ma vi do più informazioni a

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metà video. Ma prima partiamo da una

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considerazione che riguarda il calo

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delle nascite. Più che un capriccio

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collettivo, la mancanza di neonati negli

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ospedali è l'esito di cambiamenti

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profondi che hanno reso più razionale

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avere meno figli, perché se ci pensiamo

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bene, fino a qualche decennio fa serviva

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avere più figli per ottenere più reddito

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e i nostri nonni mettevano su famiglie

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in condizioni ben peggiori di quelle

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attuali. Già negli anni 70 il politologo

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americano Ronald Ingelart parlava di una

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rivoluzione silenziosa. Diceva che

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quando una società raggiunge un certo

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livello di benessere, come è successo

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nella maggior parte di quello che noi

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chiamiamo occidente, le priorità si

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spostano. Cioè, una persona non pensa

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più soltanto a riempire il frigo o a

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sopravvivere all'inverno, ma comincia a

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riflettere su chi è e come vuol vivere,

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vale a dire attua un passaggio dai

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valori materialisti, quelli della

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sicurezza, del lavoro fisso, della casa

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di proprietà, del mi sposo e metto al

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mondo dei figli, perché così hanno

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sempre fatto tutti, ai valori post

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materialisti centrati su libertà,

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realizzazione personale e qualità della

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vita. Insomma, permettetemi di fare il

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filosofo da strapazzo, non più avere per

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vivere, ma vivere per essere. Se un

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tempo il sogno infatti era avere

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qualcosa a partire da una discendenza o

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una famiglia, oggi il sogno di molti è

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essere qualcuno, fare il lavoro che ci

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piace, viaggiare, avere tempo per degli

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hobby, mantenere il controllo sulla

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nostra vita e via dicendo. Questo

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mutamento di prospettiva nasce da un

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principio abbastanza semplice, cioè più

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aumenta la sicurezza materiale, più

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crescono i desideri immateriali. Quando

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il signor Simone ha già tutto ciò che

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gli serve per vivere, ad esempio una

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casa dove non gli piove in testa, una

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connessione internet stabile per fare i

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suoi video e una serie televisiva sui

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vichinghi da guardare la sera, smette di

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preoccuparsi della sopravvivenza e

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comincia a chiedersi che senso abbia la

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propria esistenza. In una società dove

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il benessere è aumentato e dove la

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mortalità infantile è crollata, avere

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figli non serve più a garantire la

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continuità o la sicurezza della propria

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famiglia, come avveniva per secoli, a

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meno che non si debba portare avanti una

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dinastia di nobili, ma non è il mio

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caso. Questo non significa che il

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desiderio di fare i figli sia sparito o

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che siamo diventati tutti edonisti

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incarogniti, tipo l'imperatore Elio

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Gabalo che banchettava con pavoni e

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petale di rose, ma semplicemente che le

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regole del gioco sono cambiate. Oggi i

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figli si fanno se si fanno per desiderio

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e in Italia il desiderio medio resta

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intorno ai due figli. Ma attenzione, non

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tutto l'occidente è uguale all'Italia di

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fronte a questo inverno demografico. Il

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gelo delle nascite si concentra

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soprattutto nell'Europa orientale e

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mediterranea, ma il vero iceberg della

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natalità si trova altrove in Corea del

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Sud e in Giappone. Ad esempio, in Corea

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del Sud combinazione di lavoro

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totalizzante, di costi urbani

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insostenibili, di ruoli di genere ancora

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rigidi e isolamento sociale diffuso, ha

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prodotto un modello perfetto di

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sterilità demografica, una società

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ipercpetitiva in cui le persone non

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hanno più spazio né tempo o tantomeno

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energia per avere relazioni, figuriamoci

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famiglie. Secondo le proiezioni ONU, in

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Corea e in Giappone si parla già di un

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dimezzamento della popolazione entro la

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fine del secolo. Guardando alla storia,

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i semi non piantati di questo inverno si

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vedono già da un secolo. Nelle società

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agricole più figli significava più

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braccia. Ogni bambino era una risorsa

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produttiva, un aiuto nei campi, nonché

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un'assicurazione contro la fame. Poi con

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l'arrivo della rivoluzione industriale

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quei figli diventano operai e di

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conseguenza manodopera a basso costo per

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alimentare le fabbriche. In seguito, con

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l'espansione del capitalismo e con il

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boom dei consumi nel dopoguerra, ogni

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nascita comincia a rappresentare non

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solo un potenziale lavoratore, ma anche

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un futuro consumatore che va ad

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alimentare un sistema che si nutre di

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produzioni e desideri. E qui nasce uno

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dei più grandi paradossi del nostro

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tempo, forse appunto il più grande di

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tutti. Per un secolo il capitalismo ha

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marciato sì grazie all'amplificazione

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del progresso tecnologico postbellico,

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ma anche grazie a una base di lavoratori

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sempre più ampia. Basti pensare alla

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generazione dei baby boomer,

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quell'enorme massa demografica che ha

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riempito fabbriche e uffici dal

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dopoguerra. Il sistema si basava su

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questa equazione, vale a dire più

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persone, quindi più produzione, quindi

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più crescita. Oggi però, come

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ricorderete anche da questo nostro video

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sul consumismo, sapete già che questa

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equazione, anche a causa del calo delle

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nascite, comincia a non funzionare più

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bene come una volta. Per capirlo basta

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guardare i numeri. Nei paesi occidentali

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il tasso di fecondità, cioè il TFR,

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total fertility rate in inglese e non

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trattamento di fine rapporto, cioè il

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numero medio di figli per donna, è

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crollato dagli oltre due figli per donna

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degli anni 60 a valori ben sotto la

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soglia di rimpiazzo generazionale che è

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circa 2,1. Per capirci, sotto questo

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numero la popolazione inizia

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inevitabilmente a calare. In Italia, che

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è un po' il fanalino di coda in queste

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liste, il TFR è sceso a 1,20 nel 2023.

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In pratica la generazione dei trentenni,

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quindi il signor Simone in questo caso,

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farà in media poco più di un figlio a

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testa e infatti i nati sono in calo

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costante, appena 379.000 bambini nel

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2023, il 34% in meno rispetto al 2008.

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Certo, oggigiorno le donne diventano

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madri più tardi. L'età media al parto è

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ormai 32 anni e mezzo. Ma questo

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fenomeno non è nato, perdonate il gioco

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di parole, ora. Le sue radici risalgono

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già agli anni 70 e 80, quando la

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crescita economica, l'emancipazione

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femminile e i nuovi modelli culturali

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hanno cominciato a ridefinire il senso

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stesso di famiglia. Cominciamo a

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rifiutare questa e qualsiasi società che

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si basi sullo sfruttamento e sulla

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divisione dei compiti e del lavoro in

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base al sesso e che renda l'uno servo

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dell'altro.

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>> Iniziamo dalla prima parte di questo

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video, cioè le cause economiche.

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Tassello numero uno, la penalizzazione

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da genitorialità. Uno dei fattori più

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rilevanti da tenere in considerazione è

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il costo in termini di carriera e tempo

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personale che comporta avere un figlio.

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Colpisce entrambi i sessi, ma continua a

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pesare soprattutto sulle donne e quello

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che gli economisti chiamano child

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penalty, la penalizzazione economica e

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professionale che arriva dopo la nascita

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di un bambino. In pratica, diventare

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genitori spesso significa, anche se non

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sempre chiaramente, vedere rallentare la

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carriera, guadagnare di meno e avere

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meno libertà di movimento. Questo accade

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da un lato perché la nostra economia è

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ancora costruita intorno a un modello di

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lavoratore totalmente disponibile con

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orari infiniti, un signor Fantozzi che

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si piega davanti al mega direttore

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supremo. Dall'altra perché la società in

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cui viviamo ci spinge a essere egoisti.

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Questo nell'accezione più neutra

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possibile del termine e a farci

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accettare di meno che il nostro tempo

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venga dedicato a qualcos'altro che non

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sia noi. Come capite bene, questo è un

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modello pensato per un adulto senza

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legami, libero di restare in ufficio

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fino a tardi, di spostarsi da una città

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all'altra e di rispondere alle email

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anche la sera. Un modello profondamente

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incompatibile con la cura dettagliata

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della famiglia. E così quando arriva un

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figlio qualcuno deve comunque pur

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rallentare. Nella stragrande maggioranza

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dei casi statistici a farlo è la madre,

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non perché questa sia più portata,

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lasciamo perdere queste fregnacce, ma

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perché i congedi, le aspettative

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aziendali e le convenzioni sociali

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continuano a suggerire che tocchi a lei.

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E in queste condizioni la domanda che

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molte donne si pongono è: "Vale la pena

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rinunciare al proprio introito economico

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per diventare genitori?" Nei paesi

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scandinavi la child penalty è molto

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contenuta, circa il 14% in Danimarca,

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grazie a conia di parentali che

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permettono anche al padre di rimanere a

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casa a lungo e grazie a servizi per

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l'infanzia più efficaci. In Germania

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Repubblica Ceca supera addirittura il

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40% e infatti lì la natalità è molto più

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bassa. Tassello numero due, la stabilità

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economica [musica] e abitativa. Mettere

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su famiglia richiede una base materiale

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solida, anzitutto una casa, un reddito

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sufficiente e chiaramente prospettive

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che non cambino ogni 6 mesi. Tutte cose

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che oggi i giovani occidentali faticano

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ad avere. Prendiamo l'Italia, ma

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potremmo dire lo stesso per altri paesi.

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Con salari fermi e tutele sempre più

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deboli, molti giovani non riescono a

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rendersi indipendenti. Oggi in Italia

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l'età media in cui si lascia la casa dei

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genitori supera i 30 anni, che è una

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delle più alte d'Europa. Come se non

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bastasse nel bel paese trovare

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un'abitazione dignitosa è diventato

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quasi un percorso a ostacoli,

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soprattutto nelle grandi città dove c'è

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il lavoro. Prendiamo ad esempio Milano,

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un bilocale di 20 m² in un seminterrato

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alla modica cifra di €1500 al mese. Se

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quel bunker te lo vuoi comprare sono

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giusto €5.500 al metro quadro in media.

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Mortacci vostri, andate tutti a

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>> Nel concreto, la cosa significa

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scegliere ogni mese pagare l'affitto o

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riuscire semplicemente a vivere.

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Figurarsi a aggiungere le spese per un

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bambino. Non è un caso se molte coppie

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rimandano la decisione fino a quando

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perlomeno non avranno una casa di

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proprietà. Decisione che viene però

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continuamente spostata in avanti perché

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i prezzi salgono, le garanzie mancano e

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le banche non ti prendono neanche in

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considerazione se non hai un contratto a

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tempo indeterminato. È un circolo

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vizioso perché molti giovani pensano di

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avere un figlio soltanto quando avranno

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una certa stabilità, ma quella stabilità

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spesso non arriva proprio perché

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rinunciano ad avere un figlio. Inoltre,

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mantenere un bambino in città implica

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spesso pagare un asilo privato se non

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hai la fortuna di trovarlo nel posto

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pubblico e implica anche una babysitter

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se il lavoro non finisce alle 5:00 e se

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non hai i nonni che abitano vicino, che

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tra l'altro magari vorrebbero pure

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godersi la pensione e implica infine un

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elenco infinito di attività

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extrascolastiche per non farlo sentire

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in ritardo rispetto agli altri. Ma

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andiamo avanti. Dassello numero tre, gli

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scarsi sostegni. In paesi sviluppati,

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soprattutto in Scandinavia, esistono

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sistemi di welfare che funzionano

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abbastanza bene e che si fondano su

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congedi parentali retribuiti, assegni

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familiari mensili o servizi per

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l'infanzia a basso costo, addirittura

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talvolta gratuiti. L'Italia ha preferito

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i bonus, una tantum, il bonus bebè, il

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bonus mamma, il bonus famiglia, tutta

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roba che va a inserirsi in una deleteria

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logica clientelare. Pensare che una

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coppia decida di mettere su famiglia

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grazie a un misero a segno una tantum da

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€1000 è un po' un atto di fede nella

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stupidità umana. Perché se mantenere un

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figlio fino ai 18 anni costa, secondo le

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stime di Feder Consumatori, circa

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€175.000

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in totale, offrire €1000 per incentivare

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la nascita è come offrire un caffè a chi

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deve comprarsi una casa.

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eh!

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>> Il punto è che non servono regali

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simbolici, tipo ai €40 al mese per le

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donne lavoratrici, ma infrastrutture

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sociali permanenti, [musica] come ad

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esempio in primis, più asili nido e

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possibilmente gratuiti o fortemente

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sovvenzionati, così che i genitori

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possano continuare a lavorare senza

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dover scegliere tra carriera e figli.

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Poi servirebbero con già di parentali

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lunghi, ben retribuiti e paritari, così

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che magari anche i padri stiano a casa

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con il neonato e non soltanto le madri.

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La Svezia, ad esempio, è avanti anni

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annuce perché lì ogni coppia ha diritto

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a 480 giorni di congedo retribuito, di

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cui 90 riservati al padre, circa 8 mesi

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pagati all'80% dello stipendio da usare

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quando vuoi fino agli 8 anni del

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bambino. In Italia invece siamo fermi a

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10 giorni. 10 state pigliando per il

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culo.

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>> A tutto questo magari aggiungiamoci pure

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orari di lavoro flessibili e senza

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penalizzazioni di carriera. Chiaro?

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Tutto questo costa, ma non investire

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sulle famiglie giovani costa molto di

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più perché significa rinunciare

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potenzialmente a una generazione intera.

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Nel frattempo però, mentre la politica

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discute e rimanda, i costi quotidiani

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restano sulle spalle di chi lavora. Ed è

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qui che entrano in gioco strumenti molto

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più concreti, come ad esempio questi

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qui, i Bonipasto Ticket Restaurant

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Edenred. Questi non servono a risolvere

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l'inverno demografico, è chiaro, ma

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comunque intervengono su una delle voci

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più banali e costanti della vita,

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mangiare, il pranzo preso al volo tra

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una chiamata di lavoro e l'altra, la

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spesa al supermercato a fine giornata,

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il pasto ordinato quando non si ha tempo

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né voglia di cucinare. Ecco, i buoni

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pasto Ticket Restaurant Eden Red sono

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pensati proprio per situazioni come

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queste e sono utilizzabili tramite app o

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carta ricaricabile all'interno della

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rete Edenred che conta oltre 300.000

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strutture in tutta Italia, da nord a

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sud, anche nei piccoli centri, e hanno

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un'assistenza dedicata disponibile

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sempre 7 giorni su sette. Inoltre, i

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buoni Pasto Ticket Restaurant Eden Red

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offrono vantaggi fiscali molto concreti,

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infatti sono deducibili al 100% delle

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aziende condipendenti, anche aziende di

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piccole dimensioni e al 75% dalle

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partite IVA a regime ordinario, visto

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che mangiare è un costo che non si può

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evitare, tanto vale utilizzare uno

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strumento pensato per renderlo

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fiscalmente più sostenibile, no? Quindi

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se siete un imprenditore o una partita

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IVA ordinaria vi basta andare su

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www.ticketrestrant.it/novalexio

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itit/novalexio o cliccare nel link in

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descrizione per accedere subito a una

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promo dedicata e ricevere una consulenza

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gratuita. Ma tornando a noi si sa, in

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Italia prevale ancora una logica

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emergenziale gerontocratica che quasi

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quasi definirei dinosauresca. Si

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spendono montagne di soldi in pensioni,

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circa il 16% del PIL, record assoluto

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nell'Ox, mentre alle politiche per i

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giovani e per la famiglia rimangono

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briciole, appena l'1%. Questo

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sbilanciamento è anche frutto del peso

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elettorale degli anziani che in Italia

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sono molti, votano compatti e

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rappresentano il cuore del consenso

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politico. Ven da sé che finiamo per

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avere una politica che si strappa le

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vesti per proteggere esclusivamente chi

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vota di più, cioè gli anziani. E questo

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crea un altro circolo vizioso, più

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risorse agli anziani, il che,

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chiariamoci non è assolutamente un male,

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bensì il segno di una società che si

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dedica alla cura, ma questo significa

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anche meno sostegno ai giovani, quindi

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meno figli e di conseguenza ancora meno

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giovani. In molti casi non avere figli

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diventa persino la scelta più razionale

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dal punto di vista economico, perché se

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spendi meno oggi magari puoi metterti da

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parte qualcosina in più per la

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vecchiaia. Capite bene che in un

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contratto sociale così squilibrato

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nessuno ha davvero il reale interesse a

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voler riprodurre il sistema né in senso

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biologico né in senso sociale. Ed è qui

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che entriamo nel terreno delle

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motivazioni sociali e culturali e quindi

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non soltanto più economiche, perché a

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ben vedere, a mio avviso, il problema

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non è soltanto quanto costi un neonato,

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ma che cosa questo neonato rappresenti

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oggi, che cosa significa averne uno.

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Dietro la crisi demografica, infatti, si

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nasconde il vero elefante nella stanza,

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il cambiamento delle norme sociali. Uno

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degli aspetti meno evidenti, ma più

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profondi, è come è cambiato il modo in

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cui noi percepiamo la genitorialità.

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Oggi fare il genitore sembra essere

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diventato un compito titanico, quasi una

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professione a s stante che richiede

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competenze, tempo, denaro e dedizione

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totale. Lo spiega bene il politologo e

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sociologo Maurizio Ferrera, secondo cui

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il mestiere di genitore è diventato più

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complesso, esigente rispetto al passato,

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perché non basta tirar su i figli, ma

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bisogna fornir loro sin dalla prima

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infanzia, la maggior quantità e qualità

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di stimoli e opportunità possibili. Per

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dirla in termini terraterra, un bravo

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genitore non si limita più a tirar su

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dei figli e poi chi si è visto si è

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visto, come magari succedeva nei primi

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del 9, ma sente addosso una pressione

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costante, quasi uno stigma sociale che

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lo spinge a dover curare ogni singolo

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dettaglio della loro crescita,

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dall'alimentazione alle emozioni, dai

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voti a scuola fino ai traumi futuri da

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prevenire. Nella società di oggi un

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bambino non è più visto semplicemente

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come un neonato, ma come un progetto da

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coltivare, quasi fosse un investimento a

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lungo termine da mettere in una teca di

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cristallo. Come vedete questa paura di

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sbagliare, questa ansia di dover per

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forza di cose dare il massimo è una

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spada di damocle che pesa parecchio

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sulla mente di chi si pone il dubbio di

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diventare o meno un genitore.

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>> Perché te fa paura benfio? Perché te

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cambia la vita? Perché te fa senti più

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vecchia?

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Negli Stati Uniti, dove questa mentalità

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ossessiva è nata negli anni 90, hanno

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perfino trovato un nome per tutto

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questo, Parenting Mania. Il prezzo di

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questa corsa al genitore perfetto è

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elevatissimo. Molte potenziali madri o

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padri, già esausti da lavori precari e

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vite compresse, si chiedono se saranno

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mai in grado di reggere questo carico.

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In quella che alcuni definiscono epoca

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postemporanea, la famiglia ha finito per

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ragionare come un investitore prudente,

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valutando costi, rischi e benefici ancor

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prima di pensare legami affettivi.

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Quindi, siamo così passati da una logica

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di sopravvivenza collettiva a una logica

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di massimizzazione individuale. Tant'è

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che, come spiegava già negli anni 80 il

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sociologo Ulrick Beck, ormai noi tutti,

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chi più chi meno, viviamo in una società

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del rischio in cui ogni individuo deve

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gestire da solo incertezze e decisioni

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che invece a un tempo erano condivise o

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garantite dallo Stato. In società sempre

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più individualiste, dove ognuno è spinto

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e quasi ostracizzato, se non lo fa, a

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realizzarsi in mille direzioni

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contemporaneamente, nel lavoro, nel

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tempo libero, nella crescita personale e

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via dicendo, il ruolo di genitore

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finisce per entrare in competizione.

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Alcuni, direbbero, finisce per diventare

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un bastone tra le ruote. Essere madre o

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padre è indubbiamente gratificante, ma

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nella cultura ipertrofica

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dell'iperperformance, dove tutto è

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splendente e sorridente, diventarlo può

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divorare la persona intera, soprattutto

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se vissuta con quella mentalità

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perfezionista e, diciamocelo, tossica

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che il mondo contemporaneo riesce a

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spacciare per normalità. Molti giovani

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lo vedono con i propri occhi. Chi di noi

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non conosce direttamente o

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indirettamente amici neogenitori

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stremati, privi di sonno, costretti a

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riscrivere da capo una vita? già fondata

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di per sé su poche certezze stabili. Il

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primo pensiero che viene in mente a

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molti è immediato e ve lo anticipavo

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anche prima. Addio spontaneità, addio

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viaggi, addio tempo libero, addio sonno.

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Negli ultimi decenni le società

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occidentali hanno vissuto una

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trasformazione profonda delle priorità

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esistenziali. Siamo passati

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dall'obbedienza a norme consuetudinarie

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del tipo "Sposati", così la zia smette

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magari di tormentarti al pranzo di

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Natale chiedendoti se hai la

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fidanzatina. Metti su famiglia e segui i

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ruoli che ti spettano. Il tutto dentro

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quello splendido cliché da pubblicità

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del Mulino Bianco. E siamo finiti invece

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alla ricerca dell'autonomia personale

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fino alla realizzazione individuale.

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Negli anni 50 e 60 invece il messaggio

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era chiaro. Fare figli era un atto

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normale e di successo sociale. La

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cultura popolare lo ripeteva a martello

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ovunque. nei caroselli televisivi, dove

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spesso c'erano mamma, papà e tre bambini

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sorridenti, nella già menzionata

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famiglia borghese del Mulino Bianco,

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Incarnazione della felicità domestica,

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nelle sitcom americane come i Bradford,

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dove otto figli erano motivi d'orgoglio

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e non certo di panico economico. Come

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vedete c'era una narrazione unanime,

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ovvero che fare figli era bello tanto

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quanto naturale e anzi era desiderabile.

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Tutti lo facevano e chi non lo faceva

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era l'eccezione, quello strano e brutto,

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un quasi mododo uscito dritto dritto dal

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gobo di Notredame. Al contrario, oggi

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quando molti giovani immaginano lo

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stereotipo della bella vita, non danno

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più per scontato che questa debba

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includere per forza un matrimonio e una

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prole. E in questo cambiamento ha avuto

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un peso enorme la secolarizzazione,

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perché venendo meno la pressione

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religiosa, quel crescete e

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moltiplicatevi che per secoli ha

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funzionato come legge non scritta, anche

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l'imperativo procreativo si è

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progressivamente affievolito. Negli anni

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30 la scrittrice francese Simon de Bouir

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aveva scandalizzato il mondo dicendo che

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una donna può sentirsi pienamente

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realizzata anche senza figli. Oggi

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quella frase non scandalizza più

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nessuno, è quasi banale, talmente

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interiorizzata da suonare persino

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anacronistica nella sua provocazione. Ma

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il punto è un altro. A essere svanita è

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la pressione sociale ad averli. Nessuno

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oggi ti giudica davvero se a 35 anni non

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hai figli, semmai ti chiedono perché mai

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dovresti complicarti la vita. E torniamo

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sempre lì all'individualismo, figlio

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legittimo della modernità avanzata, del

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capitalismo, del consumismo e di tutti

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gli ISMI che hanno messo l'io al centro

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dell'universo. E qui ci allacciamo con

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un altro tema sociale, il

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disallineamento nel mercato delle

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relazioni. Per avere figli e farli

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crescere bene serve di norma una coppia

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quantomeno solida e pacifica. Così mi

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dicono dalla regia. Ma anche questo oggi

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non è più scontato. In gran parte del

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mondo occidentale stiamo assistendo a un

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mutamento profondo delle relazioni. I

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legami durano meno, le convivenze sono

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più frequenti, ma anche più fragili e di

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conseguenza le separazioni fanno parte

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ormai della normalità, anche per il

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fatto che forse, e dico forse, siamo

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giustamente diventati un filino più

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pretenziosi riguardo alla scelta della

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persona con cui ci ritroviamo a passare

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il nostro tempo tra gioia e difficoltà.

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Al contempo si è andato sviluppando un

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nuovo esercito silenzioso di individui

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frammentati, quello di chi vive da solo,

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che sia per scelta, per negazione e ce

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ne sono tanti, o per pura necessità. A

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conferma di questa trasformazione, le

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famiglie unipersonali sono esplose. Oggi

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il 32% delle famiglie italiane è

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composto da single. Un dato che finirà

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anche per cambiare l'economia

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quotidiana, perché nel giro di pochi

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anni, e questo in parte sta già

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accadendo, i prodotti del supermercato

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saranno calibrati su porzioni monodose.

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Pensate per chi cena da solo davanti al

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computer. Negli anni 70-80 gli scaffali

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raccontavano invece un altro mondo.

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Bottiglioni da 2 l di aranciata,

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confezioni maxi da 12 yogurt,

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barattoloni di sugo per quattro persone

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e chissà presto anche la pubblicità

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magari smetterà di mostrarci famiglie

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perfette riunite in salotto

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sostituendole con un Simone trentreenne

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sorridente davanti alla sua ciotola

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monodose, pronto a prenotarsi un viaggio

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di gruppo con Viandar per conoscere

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nuove persone, già che ci siamo. Ma se

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siete tra quei pochi che sono arrivati

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fino a questo punto, sicuramente ormai

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vi sarete chiesti: "Ma si può fare

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qualcosa per invertire questa rotta?"

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Beh, la sfida non è soltanto tecnica, ma

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è anche culturale. Forse, e dico forse,

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bisognerebbe in un certo senso

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riabilitare l'idea che fare figli possa

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essere compatibile con una vita piena e

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felice e non un ostacolo. Significa

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cambiare radicalmente la cultura

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aziendale e sociale che ancora oggi vede

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la nascita di un figlio come un

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intralcio alla produttività. Che poi se

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non facciamo figli chi sarà produttivo?

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mia nonna, l'intelligenza artificiale e

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poi c'è la dimensione più profonda,

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quella valoriale, a partire da domande

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scomode che sono in fin dei conti quelle

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più antiche di tutte: perché avere i

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figli? E qui ci sarebbe da aprire tutto

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un discorso sulla sfiducia nel futuro,

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in un mondo che tra guerre e disgrazie

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sembra andare sempre più a rotoli, tanto

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che sono sicuro che vi sarà capitato di

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parlare con delle persone che

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giustamente non vogliono avere figli

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perché non vogliono metterli al mondo,

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cito, e farli crescere in una realtà che

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secondo loro è destinata a fallire. che

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sia vero o meno, perché il mondo ha

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sempre affrontato comunque catastrofi

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nella storia, senza riscoprire un po' di

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senso del futuro collettivo, tutte le

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misure pratiche finiscono per essere

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soltanto dei palliativi. Se la gente non

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sente più dentro di sé quella spinta a

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lasciare qualcosa ai posteri, quel

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desiderio di continuare la catena della

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vita, nessun bonus mamma o bebè potrà

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mai colmare questo vuoto, perché viviamo

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tutti nel presente o nel brevissimo

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termine. Alcuni parlano di natalità come

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bene comune. La storica e filosofa Anna

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Allent la esaltava non tanto nel senso

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di numero di bambini, ma come capacità

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umana di cominciare qualcosa di nuovo,

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appunto di rinnovare il mondo. È questo,

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in fondo, il significato originario del

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verbo latino generare, aprire nuove

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possibilità al futuro, dando vita. Detto

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ciò, non serve a nulla colpevolizzare

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chi sceglie di non procreare, né

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tantomeno invocare crociate del tipo:

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"Facciamo figli per battere i cinesi o

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gli indiani". La storia insegna che la

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natalità cresce solo quando, o meglio,

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soprattutto quando le persone tornano a

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percepire l'idea di generare come una

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scelta possibile e sensata. Persino la

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Cina, che per decenni ha imposto la

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politica del figlio unico, oggi

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sperimenta l'impotenza del potere

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politico di fronte a un cambiamento

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culturale così profondo. Dopo aver tolto

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i divieti e persino offerto incentivi,

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il messaggio che emerge è chiaro. Puoi

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obbligare le persone a non fare figli,

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ma non puoi convincerle a farli quando

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ormai non vogliono più. Quindi la

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strada, mi viene da dire, è purtroppo

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già scritta ed è quella che ho

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delineato. Rendere la società più a

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misura di famiglie giovani, da un lato

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con politiche adatte e un'economia e

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servizi favorevoli e dall'altro

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coltivare un clima culturale che

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valorizzi, senza imporla, la scelta di

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avere figli. Però difficilmente

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torneremo ai tassi degli anni 60 o dei

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baby boomer e forse non dovremmo nemmeno

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volerlo perché quel modello rifletteva

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condizioni economiche, sociali e

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culturali [musica] molto diverse da

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quelle attuali. Grazie per essere

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rimasti fino alla fine di questo video e

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soprattutto fatemi sapere qui sotto con

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un commento cosa ne pensate di tutto

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questo macro argomento per Aspera ad

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Astra. M.

Interactive Summary

Il video analizza il "inverno demografico" che colpisce i paesi sviluppati, specialmente l'Italia, esaminandone le cause economiche, sociali e culturali. Viene evidenziato un cambiamento nelle priorit R R The video begins with the speaker, who recently turned 33, addressing frequent questions about starting a family. He clarifies that the video's purpose isn't to moralize but to explore why developed countries are experiencing a

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