Perché in Italia non si fanno più figli
730 segments
Da poco ho compiuto 33 anni, un numero
che ha pure un suo peso teologico e
sempre più persone mi chiedono "Ma
perché non hai ancora un figlio o una
figlia?" Quando ce lo fai un nipotino,
chi si prenderà cura di te poi? Ma non
ti senti solo? Faccelo un bel bambino.
Convenzione odontoiatrica. Alisa serve
l'apparecchio.
Parentesi necessaria, il video di oggi
non vuole moraleggiare perché ognuno fa
della propria esistenza ciò che ritiene
giusto a partire dalla vero o meno un
figlio. L'obiettivo di questo episodio è
capire perché buona parte dei paesi
sviluppati stia attraversando un inverno
demografico e da cosa derivi questo
fenomeno. Siccome ci sono una marea di
fattori, per comodità li andremo a
dividere semplicemente in economici e
poi culturali e sociali. Questi ultimi
forse sono ancora più importanti. Faremo
questo ragionamento insieme al partner
di questo episodio, Edenred, che con i
suoi buoni Pasto Ticket Restaurant
Edenrediene su uno dei costi più
ricorrenti nella vita di tutti i giorni.
I pasti. Questo qui è un servizio
utilizzabile sia dai lavoratori
dipendenti, dalle aziende che dalle
partite IVA e che può essere gestito in
modo molto efficiente dal punto di vista
fiscale, ma vi do più informazioni a
metà video. Ma prima partiamo da una
considerazione che riguarda il calo
delle nascite. Più che un capriccio
collettivo, la mancanza di neonati negli
ospedali è l'esito di cambiamenti
profondi che hanno reso più razionale
avere meno figli, perché se ci pensiamo
bene, fino a qualche decennio fa serviva
avere più figli per ottenere più reddito
e i nostri nonni mettevano su famiglie
in condizioni ben peggiori di quelle
attuali. Già negli anni 70 il politologo
americano Ronald Ingelart parlava di una
rivoluzione silenziosa. Diceva che
quando una società raggiunge un certo
livello di benessere, come è successo
nella maggior parte di quello che noi
chiamiamo occidente, le priorità si
spostano. Cioè, una persona non pensa
più soltanto a riempire il frigo o a
sopravvivere all'inverno, ma comincia a
riflettere su chi è e come vuol vivere,
vale a dire attua un passaggio dai
valori materialisti, quelli della
sicurezza, del lavoro fisso, della casa
di proprietà, del mi sposo e metto al
mondo dei figli, perché così hanno
sempre fatto tutti, ai valori post
materialisti centrati su libertà,
realizzazione personale e qualità della
vita. Insomma, permettetemi di fare il
filosofo da strapazzo, non più avere per
vivere, ma vivere per essere. Se un
tempo il sogno infatti era avere
qualcosa a partire da una discendenza o
una famiglia, oggi il sogno di molti è
essere qualcuno, fare il lavoro che ci
piace, viaggiare, avere tempo per degli
hobby, mantenere il controllo sulla
nostra vita e via dicendo. Questo
mutamento di prospettiva nasce da un
principio abbastanza semplice, cioè più
aumenta la sicurezza materiale, più
crescono i desideri immateriali. Quando
il signor Simone ha già tutto ciò che
gli serve per vivere, ad esempio una
casa dove non gli piove in testa, una
connessione internet stabile per fare i
suoi video e una serie televisiva sui
vichinghi da guardare la sera, smette di
preoccuparsi della sopravvivenza e
comincia a chiedersi che senso abbia la
propria esistenza. In una società dove
il benessere è aumentato e dove la
mortalità infantile è crollata, avere
figli non serve più a garantire la
continuità o la sicurezza della propria
famiglia, come avveniva per secoli, a
meno che non si debba portare avanti una
dinastia di nobili, ma non è il mio
caso. Questo non significa che il
desiderio di fare i figli sia sparito o
che siamo diventati tutti edonisti
incarogniti, tipo l'imperatore Elio
Gabalo che banchettava con pavoni e
petale di rose, ma semplicemente che le
regole del gioco sono cambiate. Oggi i
figli si fanno se si fanno per desiderio
e in Italia il desiderio medio resta
intorno ai due figli. Ma attenzione, non
tutto l'occidente è uguale all'Italia di
fronte a questo inverno demografico. Il
gelo delle nascite si concentra
soprattutto nell'Europa orientale e
mediterranea, ma il vero iceberg della
natalità si trova altrove in Corea del
Sud e in Giappone. Ad esempio, in Corea
del Sud combinazione di lavoro
totalizzante, di costi urbani
insostenibili, di ruoli di genere ancora
rigidi e isolamento sociale diffuso, ha
prodotto un modello perfetto di
sterilità demografica, una società
ipercpetitiva in cui le persone non
hanno più spazio né tempo o tantomeno
energia per avere relazioni, figuriamoci
famiglie. Secondo le proiezioni ONU, in
Corea e in Giappone si parla già di un
dimezzamento della popolazione entro la
fine del secolo. Guardando alla storia,
i semi non piantati di questo inverno si
vedono già da un secolo. Nelle società
agricole più figli significava più
braccia. Ogni bambino era una risorsa
produttiva, un aiuto nei campi, nonché
un'assicurazione contro la fame. Poi con
l'arrivo della rivoluzione industriale
quei figli diventano operai e di
conseguenza manodopera a basso costo per
alimentare le fabbriche. In seguito, con
l'espansione del capitalismo e con il
boom dei consumi nel dopoguerra, ogni
nascita comincia a rappresentare non
solo un potenziale lavoratore, ma anche
un futuro consumatore che va ad
alimentare un sistema che si nutre di
produzioni e desideri. E qui nasce uno
dei più grandi paradossi del nostro
tempo, forse appunto il più grande di
tutti. Per un secolo il capitalismo ha
marciato sì grazie all'amplificazione
del progresso tecnologico postbellico,
ma anche grazie a una base di lavoratori
sempre più ampia. Basti pensare alla
generazione dei baby boomer,
quell'enorme massa demografica che ha
riempito fabbriche e uffici dal
dopoguerra. Il sistema si basava su
questa equazione, vale a dire più
persone, quindi più produzione, quindi
più crescita. Oggi però, come
ricorderete anche da questo nostro video
sul consumismo, sapete già che questa
equazione, anche a causa del calo delle
nascite, comincia a non funzionare più
bene come una volta. Per capirlo basta
guardare i numeri. Nei paesi occidentali
il tasso di fecondità, cioè il TFR,
total fertility rate in inglese e non
trattamento di fine rapporto, cioè il
numero medio di figli per donna, è
crollato dagli oltre due figli per donna
degli anni 60 a valori ben sotto la
soglia di rimpiazzo generazionale che è
circa 2,1. Per capirci, sotto questo
numero la popolazione inizia
inevitabilmente a calare. In Italia, che
è un po' il fanalino di coda in queste
liste, il TFR è sceso a 1,20 nel 2023.
In pratica la generazione dei trentenni,
quindi il signor Simone in questo caso,
farà in media poco più di un figlio a
testa e infatti i nati sono in calo
costante, appena 379.000 bambini nel
2023, il 34% in meno rispetto al 2008.
Certo, oggigiorno le donne diventano
madri più tardi. L'età media al parto è
ormai 32 anni e mezzo. Ma questo
fenomeno non è nato, perdonate il gioco
di parole, ora. Le sue radici risalgono
già agli anni 70 e 80, quando la
crescita economica, l'emancipazione
femminile e i nuovi modelli culturali
hanno cominciato a ridefinire il senso
stesso di famiglia. Cominciamo a
rifiutare questa e qualsiasi società che
si basi sullo sfruttamento e sulla
divisione dei compiti e del lavoro in
base al sesso e che renda l'uno servo
dell'altro.
>> Iniziamo dalla prima parte di questo
video, cioè le cause economiche.
Tassello numero uno, la penalizzazione
da genitorialità. Uno dei fattori più
rilevanti da tenere in considerazione è
il costo in termini di carriera e tempo
personale che comporta avere un figlio.
Colpisce entrambi i sessi, ma continua a
pesare soprattutto sulle donne e quello
che gli economisti chiamano child
penalty, la penalizzazione economica e
professionale che arriva dopo la nascita
di un bambino. In pratica, diventare
genitori spesso significa, anche se non
sempre chiaramente, vedere rallentare la
carriera, guadagnare di meno e avere
meno libertà di movimento. Questo accade
da un lato perché la nostra economia è
ancora costruita intorno a un modello di
lavoratore totalmente disponibile con
orari infiniti, un signor Fantozzi che
si piega davanti al mega direttore
supremo. Dall'altra perché la società in
cui viviamo ci spinge a essere egoisti.
Questo nell'accezione più neutra
possibile del termine e a farci
accettare di meno che il nostro tempo
venga dedicato a qualcos'altro che non
sia noi. Come capite bene, questo è un
modello pensato per un adulto senza
legami, libero di restare in ufficio
fino a tardi, di spostarsi da una città
all'altra e di rispondere alle email
anche la sera. Un modello profondamente
incompatibile con la cura dettagliata
della famiglia. E così quando arriva un
figlio qualcuno deve comunque pur
rallentare. Nella stragrande maggioranza
dei casi statistici a farlo è la madre,
non perché questa sia più portata,
lasciamo perdere queste fregnacce, ma
perché i congedi, le aspettative
aziendali e le convenzioni sociali
continuano a suggerire che tocchi a lei.
E in queste condizioni la domanda che
molte donne si pongono è: "Vale la pena
rinunciare al proprio introito economico
per diventare genitori?" Nei paesi
scandinavi la child penalty è molto
contenuta, circa il 14% in Danimarca,
grazie a conia di parentali che
permettono anche al padre di rimanere a
casa a lungo e grazie a servizi per
l'infanzia più efficaci. In Germania
Repubblica Ceca supera addirittura il
40% e infatti lì la natalità è molto più
bassa. Tassello numero due, la stabilità
economica [musica] e abitativa. Mettere
su famiglia richiede una base materiale
solida, anzitutto una casa, un reddito
sufficiente e chiaramente prospettive
che non cambino ogni 6 mesi. Tutte cose
che oggi i giovani occidentali faticano
ad avere. Prendiamo l'Italia, ma
potremmo dire lo stesso per altri paesi.
Con salari fermi e tutele sempre più
deboli, molti giovani non riescono a
rendersi indipendenti. Oggi in Italia
l'età media in cui si lascia la casa dei
genitori supera i 30 anni, che è una
delle più alte d'Europa. Come se non
bastasse nel bel paese trovare
un'abitazione dignitosa è diventato
quasi un percorso a ostacoli,
soprattutto nelle grandi città dove c'è
il lavoro. Prendiamo ad esempio Milano,
un bilocale di 20 m² in un seminterrato
alla modica cifra di €1500 al mese. Se
quel bunker te lo vuoi comprare sono
giusto €5.500 al metro quadro in media.
Mortacci vostri, andate tutti a
>> Nel concreto, la cosa significa
scegliere ogni mese pagare l'affitto o
riuscire semplicemente a vivere.
Figurarsi a aggiungere le spese per un
bambino. Non è un caso se molte coppie
rimandano la decisione fino a quando
perlomeno non avranno una casa di
proprietà. Decisione che viene però
continuamente spostata in avanti perché
i prezzi salgono, le garanzie mancano e
le banche non ti prendono neanche in
considerazione se non hai un contratto a
tempo indeterminato. È un circolo
vizioso perché molti giovani pensano di
avere un figlio soltanto quando avranno
una certa stabilità, ma quella stabilità
spesso non arriva proprio perché
rinunciano ad avere un figlio. Inoltre,
mantenere un bambino in città implica
spesso pagare un asilo privato se non
hai la fortuna di trovarlo nel posto
pubblico e implica anche una babysitter
se il lavoro non finisce alle 5:00 e se
non hai i nonni che abitano vicino, che
tra l'altro magari vorrebbero pure
godersi la pensione e implica infine un
elenco infinito di attività
extrascolastiche per non farlo sentire
in ritardo rispetto agli altri. Ma
andiamo avanti. Dassello numero tre, gli
scarsi sostegni. In paesi sviluppati,
soprattutto in Scandinavia, esistono
sistemi di welfare che funzionano
abbastanza bene e che si fondano su
congedi parentali retribuiti, assegni
familiari mensili o servizi per
l'infanzia a basso costo, addirittura
talvolta gratuiti. L'Italia ha preferito
i bonus, una tantum, il bonus bebè, il
bonus mamma, il bonus famiglia, tutta
roba che va a inserirsi in una deleteria
logica clientelare. Pensare che una
coppia decida di mettere su famiglia
grazie a un misero a segno una tantum da
€1000 è un po' un atto di fede nella
stupidità umana. Perché se mantenere un
figlio fino ai 18 anni costa, secondo le
stime di Feder Consumatori, circa
€175.000
in totale, offrire €1000 per incentivare
la nascita è come offrire un caffè a chi
deve comprarsi una casa.
eh!
>> Il punto è che non servono regali
simbolici, tipo ai €40 al mese per le
donne lavoratrici, ma infrastrutture
sociali permanenti, [musica] come ad
esempio in primis, più asili nido e
possibilmente gratuiti o fortemente
sovvenzionati, così che i genitori
possano continuare a lavorare senza
dover scegliere tra carriera e figli.
Poi servirebbero con già di parentali
lunghi, ben retribuiti e paritari, così
che magari anche i padri stiano a casa
con il neonato e non soltanto le madri.
La Svezia, ad esempio, è avanti anni
annuce perché lì ogni coppia ha diritto
a 480 giorni di congedo retribuito, di
cui 90 riservati al padre, circa 8 mesi
pagati all'80% dello stipendio da usare
quando vuoi fino agli 8 anni del
bambino. In Italia invece siamo fermi a
10 giorni. 10 state pigliando per il
culo.
>> A tutto questo magari aggiungiamoci pure
orari di lavoro flessibili e senza
penalizzazioni di carriera. Chiaro?
Tutto questo costa, ma non investire
sulle famiglie giovani costa molto di
più perché significa rinunciare
potenzialmente a una generazione intera.
Nel frattempo però, mentre la politica
discute e rimanda, i costi quotidiani
restano sulle spalle di chi lavora. Ed è
qui che entrano in gioco strumenti molto
più concreti, come ad esempio questi
qui, i Bonipasto Ticket Restaurant
Edenred. Questi non servono a risolvere
l'inverno demografico, è chiaro, ma
comunque intervengono su una delle voci
più banali e costanti della vita,
mangiare, il pranzo preso al volo tra
una chiamata di lavoro e l'altra, la
spesa al supermercato a fine giornata,
il pasto ordinato quando non si ha tempo
né voglia di cucinare. Ecco, i buoni
pasto Ticket Restaurant Eden Red sono
pensati proprio per situazioni come
queste e sono utilizzabili tramite app o
carta ricaricabile all'interno della
rete Edenred che conta oltre 300.000
strutture in tutta Italia, da nord a
sud, anche nei piccoli centri, e hanno
un'assistenza dedicata disponibile
sempre 7 giorni su sette. Inoltre, i
buoni Pasto Ticket Restaurant Eden Red
offrono vantaggi fiscali molto concreti,
infatti sono deducibili al 100% delle
aziende condipendenti, anche aziende di
piccole dimensioni e al 75% dalle
partite IVA a regime ordinario, visto
che mangiare è un costo che non si può
evitare, tanto vale utilizzare uno
strumento pensato per renderlo
fiscalmente più sostenibile, no? Quindi
se siete un imprenditore o una partita
IVA ordinaria vi basta andare su
www.ticketrestrant.it/novalexio
itit/novalexio o cliccare nel link in
descrizione per accedere subito a una
promo dedicata e ricevere una consulenza
gratuita. Ma tornando a noi si sa, in
Italia prevale ancora una logica
emergenziale gerontocratica che quasi
quasi definirei dinosauresca. Si
spendono montagne di soldi in pensioni,
circa il 16% del PIL, record assoluto
nell'Ox, mentre alle politiche per i
giovani e per la famiglia rimangono
briciole, appena l'1%. Questo
sbilanciamento è anche frutto del peso
elettorale degli anziani che in Italia
sono molti, votano compatti e
rappresentano il cuore del consenso
politico. Ven da sé che finiamo per
avere una politica che si strappa le
vesti per proteggere esclusivamente chi
vota di più, cioè gli anziani. E questo
crea un altro circolo vizioso, più
risorse agli anziani, il che,
chiariamoci non è assolutamente un male,
bensì il segno di una società che si
dedica alla cura, ma questo significa
anche meno sostegno ai giovani, quindi
meno figli e di conseguenza ancora meno
giovani. In molti casi non avere figli
diventa persino la scelta più razionale
dal punto di vista economico, perché se
spendi meno oggi magari puoi metterti da
parte qualcosina in più per la
vecchiaia. Capite bene che in un
contratto sociale così squilibrato
nessuno ha davvero il reale interesse a
voler riprodurre il sistema né in senso
biologico né in senso sociale. Ed è qui
che entriamo nel terreno delle
motivazioni sociali e culturali e quindi
non soltanto più economiche, perché a
ben vedere, a mio avviso, il problema
non è soltanto quanto costi un neonato,
ma che cosa questo neonato rappresenti
oggi, che cosa significa averne uno.
Dietro la crisi demografica, infatti, si
nasconde il vero elefante nella stanza,
il cambiamento delle norme sociali. Uno
degli aspetti meno evidenti, ma più
profondi, è come è cambiato il modo in
cui noi percepiamo la genitorialità.
Oggi fare il genitore sembra essere
diventato un compito titanico, quasi una
professione a s stante che richiede
competenze, tempo, denaro e dedizione
totale. Lo spiega bene il politologo e
sociologo Maurizio Ferrera, secondo cui
il mestiere di genitore è diventato più
complesso, esigente rispetto al passato,
perché non basta tirar su i figli, ma
bisogna fornir loro sin dalla prima
infanzia, la maggior quantità e qualità
di stimoli e opportunità possibili. Per
dirla in termini terraterra, un bravo
genitore non si limita più a tirar su
dei figli e poi chi si è visto si è
visto, come magari succedeva nei primi
del 9, ma sente addosso una pressione
costante, quasi uno stigma sociale che
lo spinge a dover curare ogni singolo
dettaglio della loro crescita,
dall'alimentazione alle emozioni, dai
voti a scuola fino ai traumi futuri da
prevenire. Nella società di oggi un
bambino non è più visto semplicemente
come un neonato, ma come un progetto da
coltivare, quasi fosse un investimento a
lungo termine da mettere in una teca di
cristallo. Come vedete questa paura di
sbagliare, questa ansia di dover per
forza di cose dare il massimo è una
spada di damocle che pesa parecchio
sulla mente di chi si pone il dubbio di
diventare o meno un genitore.
>> Perché te fa paura benfio? Perché te
cambia la vita? Perché te fa senti più
vecchia?
Negli Stati Uniti, dove questa mentalità
ossessiva è nata negli anni 90, hanno
perfino trovato un nome per tutto
questo, Parenting Mania. Il prezzo di
questa corsa al genitore perfetto è
elevatissimo. Molte potenziali madri o
padri, già esausti da lavori precari e
vite compresse, si chiedono se saranno
mai in grado di reggere questo carico.
In quella che alcuni definiscono epoca
postemporanea, la famiglia ha finito per
ragionare come un investitore prudente,
valutando costi, rischi e benefici ancor
prima di pensare legami affettivi.
Quindi, siamo così passati da una logica
di sopravvivenza collettiva a una logica
di massimizzazione individuale. Tant'è
che, come spiegava già negli anni 80 il
sociologo Ulrick Beck, ormai noi tutti,
chi più chi meno, viviamo in una società
del rischio in cui ogni individuo deve
gestire da solo incertezze e decisioni
che invece a un tempo erano condivise o
garantite dallo Stato. In società sempre
più individualiste, dove ognuno è spinto
e quasi ostracizzato, se non lo fa, a
realizzarsi in mille direzioni
contemporaneamente, nel lavoro, nel
tempo libero, nella crescita personale e
via dicendo, il ruolo di genitore
finisce per entrare in competizione.
Alcuni, direbbero, finisce per diventare
un bastone tra le ruote. Essere madre o
padre è indubbiamente gratificante, ma
nella cultura ipertrofica
dell'iperperformance, dove tutto è
splendente e sorridente, diventarlo può
divorare la persona intera, soprattutto
se vissuta con quella mentalità
perfezionista e, diciamocelo, tossica
che il mondo contemporaneo riesce a
spacciare per normalità. Molti giovani
lo vedono con i propri occhi. Chi di noi
non conosce direttamente o
indirettamente amici neogenitori
stremati, privi di sonno, costretti a
riscrivere da capo una vita? già fondata
di per sé su poche certezze stabili. Il
primo pensiero che viene in mente a
molti è immediato e ve lo anticipavo
anche prima. Addio spontaneità, addio
viaggi, addio tempo libero, addio sonno.
Negli ultimi decenni le società
occidentali hanno vissuto una
trasformazione profonda delle priorità
esistenziali. Siamo passati
dall'obbedienza a norme consuetudinarie
del tipo "Sposati", così la zia smette
magari di tormentarti al pranzo di
Natale chiedendoti se hai la
fidanzatina. Metti su famiglia e segui i
ruoli che ti spettano. Il tutto dentro
quello splendido cliché da pubblicità
del Mulino Bianco. E siamo finiti invece
alla ricerca dell'autonomia personale
fino alla realizzazione individuale.
Negli anni 50 e 60 invece il messaggio
era chiaro. Fare figli era un atto
normale e di successo sociale. La
cultura popolare lo ripeteva a martello
ovunque. nei caroselli televisivi, dove
spesso c'erano mamma, papà e tre bambini
sorridenti, nella già menzionata
famiglia borghese del Mulino Bianco,
Incarnazione della felicità domestica,
nelle sitcom americane come i Bradford,
dove otto figli erano motivi d'orgoglio
e non certo di panico economico. Come
vedete c'era una narrazione unanime,
ovvero che fare figli era bello tanto
quanto naturale e anzi era desiderabile.
Tutti lo facevano e chi non lo faceva
era l'eccezione, quello strano e brutto,
un quasi mododo uscito dritto dritto dal
gobo di Notredame. Al contrario, oggi
quando molti giovani immaginano lo
stereotipo della bella vita, non danno
più per scontato che questa debba
includere per forza un matrimonio e una
prole. E in questo cambiamento ha avuto
un peso enorme la secolarizzazione,
perché venendo meno la pressione
religiosa, quel crescete e
moltiplicatevi che per secoli ha
funzionato come legge non scritta, anche
l'imperativo procreativo si è
progressivamente affievolito. Negli anni
30 la scrittrice francese Simon de Bouir
aveva scandalizzato il mondo dicendo che
una donna può sentirsi pienamente
realizzata anche senza figli. Oggi
quella frase non scandalizza più
nessuno, è quasi banale, talmente
interiorizzata da suonare persino
anacronistica nella sua provocazione. Ma
il punto è un altro. A essere svanita è
la pressione sociale ad averli. Nessuno
oggi ti giudica davvero se a 35 anni non
hai figli, semmai ti chiedono perché mai
dovresti complicarti la vita. E torniamo
sempre lì all'individualismo, figlio
legittimo della modernità avanzata, del
capitalismo, del consumismo e di tutti
gli ISMI che hanno messo l'io al centro
dell'universo. E qui ci allacciamo con
un altro tema sociale, il
disallineamento nel mercato delle
relazioni. Per avere figli e farli
crescere bene serve di norma una coppia
quantomeno solida e pacifica. Così mi
dicono dalla regia. Ma anche questo oggi
non è più scontato. In gran parte del
mondo occidentale stiamo assistendo a un
mutamento profondo delle relazioni. I
legami durano meno, le convivenze sono
più frequenti, ma anche più fragili e di
conseguenza le separazioni fanno parte
ormai della normalità, anche per il
fatto che forse, e dico forse, siamo
giustamente diventati un filino più
pretenziosi riguardo alla scelta della
persona con cui ci ritroviamo a passare
il nostro tempo tra gioia e difficoltà.
Al contempo si è andato sviluppando un
nuovo esercito silenzioso di individui
frammentati, quello di chi vive da solo,
che sia per scelta, per negazione e ce
ne sono tanti, o per pura necessità. A
conferma di questa trasformazione, le
famiglie unipersonali sono esplose. Oggi
il 32% delle famiglie italiane è
composto da single. Un dato che finirà
anche per cambiare l'economia
quotidiana, perché nel giro di pochi
anni, e questo in parte sta già
accadendo, i prodotti del supermercato
saranno calibrati su porzioni monodose.
Pensate per chi cena da solo davanti al
computer. Negli anni 70-80 gli scaffali
raccontavano invece un altro mondo.
Bottiglioni da 2 l di aranciata,
confezioni maxi da 12 yogurt,
barattoloni di sugo per quattro persone
e chissà presto anche la pubblicità
magari smetterà di mostrarci famiglie
perfette riunite in salotto
sostituendole con un Simone trentreenne
sorridente davanti alla sua ciotola
monodose, pronto a prenotarsi un viaggio
di gruppo con Viandar per conoscere
nuove persone, già che ci siamo. Ma se
siete tra quei pochi che sono arrivati
fino a questo punto, sicuramente ormai
vi sarete chiesti: "Ma si può fare
qualcosa per invertire questa rotta?"
Beh, la sfida non è soltanto tecnica, ma
è anche culturale. Forse, e dico forse,
bisognerebbe in un certo senso
riabilitare l'idea che fare figli possa
essere compatibile con una vita piena e
felice e non un ostacolo. Significa
cambiare radicalmente la cultura
aziendale e sociale che ancora oggi vede
la nascita di un figlio come un
intralcio alla produttività. Che poi se
non facciamo figli chi sarà produttivo?
mia nonna, l'intelligenza artificiale e
poi c'è la dimensione più profonda,
quella valoriale, a partire da domande
scomode che sono in fin dei conti quelle
più antiche di tutte: perché avere i
figli? E qui ci sarebbe da aprire tutto
un discorso sulla sfiducia nel futuro,
in un mondo che tra guerre e disgrazie
sembra andare sempre più a rotoli, tanto
che sono sicuro che vi sarà capitato di
parlare con delle persone che
giustamente non vogliono avere figli
perché non vogliono metterli al mondo,
cito, e farli crescere in una realtà che
secondo loro è destinata a fallire. che
sia vero o meno, perché il mondo ha
sempre affrontato comunque catastrofi
nella storia, senza riscoprire un po' di
senso del futuro collettivo, tutte le
misure pratiche finiscono per essere
soltanto dei palliativi. Se la gente non
sente più dentro di sé quella spinta a
lasciare qualcosa ai posteri, quel
desiderio di continuare la catena della
vita, nessun bonus mamma o bebè potrà
mai colmare questo vuoto, perché viviamo
tutti nel presente o nel brevissimo
termine. Alcuni parlano di natalità come
bene comune. La storica e filosofa Anna
Allent la esaltava non tanto nel senso
di numero di bambini, ma come capacità
umana di cominciare qualcosa di nuovo,
appunto di rinnovare il mondo. È questo,
in fondo, il significato originario del
verbo latino generare, aprire nuove
possibilità al futuro, dando vita. Detto
ciò, non serve a nulla colpevolizzare
chi sceglie di non procreare, né
tantomeno invocare crociate del tipo:
"Facciamo figli per battere i cinesi o
gli indiani". La storia insegna che la
natalità cresce solo quando, o meglio,
soprattutto quando le persone tornano a
percepire l'idea di generare come una
scelta possibile e sensata. Persino la
Cina, che per decenni ha imposto la
politica del figlio unico, oggi
sperimenta l'impotenza del potere
politico di fronte a un cambiamento
culturale così profondo. Dopo aver tolto
i divieti e persino offerto incentivi,
il messaggio che emerge è chiaro. Puoi
obbligare le persone a non fare figli,
ma non puoi convincerle a farli quando
ormai non vogliono più. Quindi la
strada, mi viene da dire, è purtroppo
già scritta ed è quella che ho
delineato. Rendere la società più a
misura di famiglie giovani, da un lato
con politiche adatte e un'economia e
servizi favorevoli e dall'altro
coltivare un clima culturale che
valorizzi, senza imporla, la scelta di
avere figli. Però difficilmente
torneremo ai tassi degli anni 60 o dei
baby boomer e forse non dovremmo nemmeno
volerlo perché quel modello rifletteva
condizioni economiche, sociali e
culturali [musica] molto diverse da
quelle attuali. Grazie per essere
rimasti fino alla fine di questo video e
soprattutto fatemi sapere qui sotto con
un commento cosa ne pensate di tutto
questo macro argomento per Aspera ad
Astra. M.
Ask follow-up questions or revisit key timestamps.
Il video analizza il "inverno demografico" che colpisce i paesi sviluppati, specialmente l'Italia, esaminandone le cause economiche, sociali e culturali. Viene evidenziato un cambiamento nelle priorit R R The video begins with the speaker, who recently turned 33, addressing frequent questions about starting a family. He clarifies that the video's purpose isn't to moralize but to explore why developed countries are experiencing a
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