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Il regime in Iran sta crollando? Che succede?

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Il regime in Iran sta crollando? Che succede?

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Teran 28 dicembre 2025 nel centro

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commerciale Aleddin Mobile Center le

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saracinesche si abbassano in pieno

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orario di lavoro. In poche ore decine di

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negozi di elettronica firmano le vendite

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per scioperare. Con il real che scende e

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con i prezzi che cambiano di ora in ora,

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vendere significa esporsi a perdite

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immediate. La valuta nazionale tocca un

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minimo storico sul mercato libero, circa

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1,4 milioni di Real pero. Nel solo 2025

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il Real perde il 40% del suo valore.

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Questo significa che chi in Iran ha

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risparmi in Real vede il proprio potere

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di acquisto evaporare. Nel frattempo

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l'inflazione ufficiale resta sopra il

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42% e i prezzi alimentari sono in

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aumento di circa il 72% su base annua.

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Dal primo gennaio 2026 la banca centrale

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iraniana ha cambiato il governatore, un

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segno che il regime cerca disperatamente

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di tamponare in qualche modo la crisi

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valutaria o di prepararsi al peggio. I

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commercianti del resto lo dicono in modo

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brutale, così si va verso la banca

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rotta. Il punto è che il Bazar in Iran

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non è soltanto un luogo di vendita, è

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una rete sociale, politica, tanto che

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nel 78 e nel 79 le chiusure e gli

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scioperi de bazar continuarono a

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paralizzare l'economia delegittimando il

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potere all'epoca quello dello Scia. La

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crisi economica iraniana non è esplosa

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all'improvviso, è il frutto di anni di

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sanzioni, di malgoverno e di congiunture

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sfavorevoli. Dal 2018 gli Stati Uniti

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hanno reintrodotto pesanti sanzioni

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internazionali che strangolano

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l'exportifero e isolano l'Iran dai

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circuiti finanziari globali. A fine 2025

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le riserve valutarie sono prosciugate e

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Tehran affronta una carenza di dollari

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cronica. La guerra lampo combattuta

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contro Israele a metà 2025 in cui raid

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aeree israeliani e statunitensi hanno

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colpito impianti nucleari e missilistici

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irani non ha fatto altro che aggravare

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l'instabilità. Più avanti, nell'autunno

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2025, dopo la rottura definitiva tra

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Teran e il sistema di monitoraggio

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dell'Agenzia Internazionale per

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l'energia atomica, all'ONU viene

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riattivato il meccanismo di snapback.

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Questo comporta il ripristino automatico

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di tutte le sanzioni revocate con

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l'accordo sul nucleare, ma anche il

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congelamento di beni irani all'estero e

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nuove restrizioni sull'importazione di

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armamenti. Sul fronte interno poi pesano

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anni di corruzione in efficienza con

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blackout energetici a ripetizione,

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scarsità di acqua potabile per siccità,

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mala gestione e disoccupazione in

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crescita. Il mix perfetto per il caos

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totale. Il Mossad, attraverso il suo

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account ufficiale su X, pubblica un

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messaggio in lingua farsy, rivolto

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direttamente agli irani, invitandoli a

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scendere in piazza con l'espressione "È

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giunto il momento" e facendo riferimento

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a un sostegno sul campo, non meglio

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specificato. Tra parentesi, il post che

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vedete è stato cancellato dal loro

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account Furbetti. Tranquillo, Mossad,

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non metto in dubbio che siano confluiti

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soldi e intelligence per dare una mano

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con le rivolte. Fatto sta che il 29 e 30

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dicembre le proteste dilagano nelle

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principali città a Mashad al confine con

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il Turkmenistan, nella storica Isfahan,

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nella città sacra di Yadd e

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immancabilmente a Teeran, nel

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leggendario Gran Bazar, il cuore

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commerciale simbolico dell'Iran.

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Qualcuno tra la folle inizia a intonare

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Azadi, Azadi, libertà. La polizia

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interviene lanciando lacrimogeni, ma i

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manifestanti non arretrano. Entro la

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sera del 29 dicembre la protesta si

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propaga ben oltre la capitale. Le

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segnalazioni parlano di manifestazioni

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in almeno 17 province su 31 nei primi

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tre giorni. Ad Ardabil, nel nord-ovest

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del paese, la statua dell'ormai defunto

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Ibrahim Raisy viene abbattuta in pochi

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giorni dopo la sua inaugurazione. In

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città occidentali come Hamdan e

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Kermansha i mercati restano chiusi e

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compaiono scritte sui muri e cori ormai

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esplicitamente antisistema. Ad Assad

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Abad, nella provincia di Hamdan, la

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folla urla: "Morte al dittatore,

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sfidando direttamente Ali Kamenei".

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>> Nella già menzionata Kermansà, capoluogo

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curdo iranico, centinaia di persone

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marciano per le vie centrali, scandendo

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ancora morte al dittatore e applaudendo

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ogni volta che qualcuno alza la voce.

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>> Come finirà? È molto difficile dirlo

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perché il sistema eraniano vive ormai in

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uno stato di instabilità permanente da

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decenni. Quello che però si vede con

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chiarezza è la traiettoria. Ogni anno

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che passa, infatti, il regime si ritrova

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a dover gestire fronti sempre più

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aperti, più in crisi, con problematiche

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sovrapposte e con un'economia in

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difficoltà, quindi con meno margine di

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manovra. In un video virale si vede un

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manifestante a Teran seduto in mezzo per

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strada che blocca da solo una colonna di

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motociclisti delle forze antisommossa

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finché non viene brutalmente picchiato e

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trascinato via. La scena ricorda il Tank

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Man di piazza Tinam in Cina e molti

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media infatti lo paragonano a

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quell'atto. Il 31 dicembre c'è un

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ulteriore picco. Si contano proteste

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contemporaneamente in almeno 20 province

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dal nord a sud. Entro Capodanno almeno

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sei persone perdono la vita nelle

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proteste. Tra di loro ci sono

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manifestanti disarmati e almeno un

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miliziano basì. Ucciso in circostanze e

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poco chiari negli scontri. Ve lo

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ricordo, i basissono la milizia che

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spesso in borghese funziona da braccio

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armato del regime per tenere sotto

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controllo la popolazione. All'Ali,

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nell'Iran sud occidentale, un'altra

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statua stavolta del generale Kassem

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Suleani, il generale delle guardie della

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Rivoluzione Islamica, ucciso nei

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bombardamenti americani del 2020, viene

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abbattuta e data alle fiamme da

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manifestanti incappucciati. Vedere

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abbattuto sule manì, considerato un

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simbolo sacro del regime, è un colpo

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durissimo all'aura del sistema. Un altro

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slogan potente emerso nelle piazze è:

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"Non sacrificherò la mia vita né per

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Gaza né per il Libano, ma soltanto per

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l'Iran" che riassume benissimo il

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rifiuto della gente comune per la

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politica estera interventista della

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Repubblica Islamica. Infatti, mentre

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l'economia fa un tonfo assurdo, Teran

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continua a inviare fondi tramite gas e

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petrolio che rivende all'estero e armi a

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gruppi come Hamas a Gaza o Hezbolline in

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Libano. La popolazione ne è consapevole

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e lo rinfaccia al regime dicendo in

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sostanza prima gli iraniani. Non a caso

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i manifestanti vedono i governanti in

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Iran più attenti a sostenere le

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marionette, cito, all'estero che il

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benessere interno. In molte città poi si

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sentono codi che invocano il ritorno

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della monarchia Paklaavi. Ad Arak,

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nell'Iran centrale, un folto gruppo

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intorno a gran voce. Questa è l'ultima

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battaglia, i Paclavi torneranno

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inneggiando alla famiglia Palavi, quella

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dell'ultimo shaciato dai rivoluzionari

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del 79. Sui muri vengono scritte frasi

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come Javid Sha, lunga vita allo Sha.

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Difatti tra i più giovani che la

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monarchia non l'hanno mai vissuta in

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prima persona, emerge un processo di

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idealizzazione retrospettiva. La

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dinastia Palavì viene vista come

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alternativa simbolica all'attuale regime

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teocratico.

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>> Questo fenomeno è alimentato anche dai

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media della diaspora, come le TV

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satellitari in persiano con sede a

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Londra o Los Angeles che diffondono

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attivamente questi slogan e immagini di

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bandiere pre79 con il leone e il sole

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che sono il simbolo dell'Iran

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monarchico. Per un regime che per 45

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anni ha basato la propria legittimità

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sulla rivoluzione antisha, vedere i

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giovani irani che invocano gli ex

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monarchi è un segnale potentissimo di

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delegittimazione. A rendere il quadro

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ancora più sensibile è il ruolo di Resa,

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Ciro Paclavi, figlio dell'ultimo sha,

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oggi in esilio tra Stati Uniti ed

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Europa. Negli ultimi anni Ciro Paclavì

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ha intensificato i rapporti con ambienti

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politici occidentali, soprattutto a

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Washington, presentandosi come unico

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interlocutore in uno scenario post

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Repubblica Islamica. Anche Israele

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guarda con interesse a qualsiasi figura

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possa rappresentare un'alternativa a

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Tehran. E inutile dire che

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l'establishment occidentale, incluso

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Israele, gradisce la figura di Ciro. I

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rischi di un Iran che implode però sono

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tantissimi, sono anche difficili da

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prevedere. Alcuni scenari potrebbero

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somigliare al caos in Myanmar, di cui

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già abbiamo parlato in questo lungo

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video, oppure potrebbe fare come la

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Siria e quindi chiudersi in pochi

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giorni, oppure potrebbe tutto finire in

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un nulla di fatto, non si sa. Da Fan poi

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circolano video che mostrano alcuni

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manifestanti incendiari un minibus

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riconducibile alle forze di sicurezza

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parcheggiato lungo una strada. Oltre a

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ciò, gruppi di giovani incappucciati

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attaccano con bottiglie molotov le sedi

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locali dai basí incendiandole

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parzialmente. Non siamo ancora alla

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guerriglia organizzata, ma poco ci

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manca.

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Col crescere della protesta, la

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Repubblica Islamica ha messo in atto il

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consueto copione di risposta, una

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combinazione di concessioni tattiche, di

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propaganda o di repressione brutale. Già

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il 30 dicembre, rendendosi conto

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dell'ampiezza delle manifestazioni, il

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governo è corso a ripari annunciando

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chiusure straordinarie di uffici,

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banche, scuole e persino bazare.

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Praticamente un lockdown politico. Nelle

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stesse ore almeno quattro aerei da

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trasporto lushin bielorussi atterrano a

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Teran. Secondo le informazioni diffuse

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online, quindi prendiamole con le pinze,

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i voli trasporterebbero carichi militari

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di origine russa e cinese per sostenere

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il regime. Poi scatta la macchina

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repressiva con il corpo dei guardiani

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della rivoluzione e le forze speciali di

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polizia che vengono dispiegati nelle

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città calde. In varie località le forze

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dell'ordine non si sono certo fatte

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scrupolo di utilizzare le armi da fuoco

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contro i civili. Tuttavia, memori delle

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critiche seguite al caso di Masamini nel

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2022, i portavoci governativi cominciano

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ad adottare anche un registro più soft a

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parole perlomeno. Il presidente Ragnano

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in carica, Massud Pezeshkian ha

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dichiarato pubblicamente di riconoscere

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il diritto dei cittadini a protestare e

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di voler ascoltare le loro richieste

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legittime. Si tratta con ogni

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probabilità di mosse per temporeggiare,

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perché offrire un tavolo di confronto

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serve a prendere tempo, a dividere l'ala

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moderata che è disposta a negoziare da

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quella radicale che chiede invece la

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caduta del regime. Non è un caso che

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mentre si parla di dialogo l'aiatolaka

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Menei in persona taccia del tutto sulla

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vicenda, segno che la linea dura rimane.

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Infatti, dietro le quinte, i Basdaran

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accusano i soliti nemici esterni, che

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sono chiaramente USA, Israele e i

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monarchici in esilio, di sfruttare le

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proteste per complotare contro l'Iran,

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mentre sul fronte della comunicazione

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internazionale Tehran cerca di

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minimizzare l'ecediatica. Donald Trump

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in questi giorni non si è poi fatto

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perdere l'occasione e il 2 gennaio ha

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lanciato un avvertimento su Truth. Se

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l'Iran spara e uccide brutalmente

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manifestanti pacifici, come è sua

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abitudine, dice, "gli Stati Uniti

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verranno in loro soccorso siamo pronti,

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carichi e armati". Parole da poliziotto

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del mondo che per ora restano retorica,

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ma sappiamo bene che qualsiasi occasione

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è buona per preparare il terreno a

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qualche bomba sganciata.

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E infatti nella notte del 3 gennaio,

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cioè stanotte, non si può dormire

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sereni, gli USA hanno bombardato

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Caracas. Avevamo già annusato la cosa in

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questo video di 4 mesi fa e chicca

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proprio dell'ultimo secondo, anche se

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non c'entra molto con il video di oggi,

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o forse sì, in realtà, Trump ha appena

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annunciato sui suoi social la cattura di

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Maduro e il suo trasferimento via aereo

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negli Stati Uniti. Che dire? Dopo cinque

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video dedicati a Maduro su Novo Alexio,

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questo è l'epilogo per il nostro eroe?

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Va detto che per ora il regime mantiene

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ancora saldamente il controllo militare

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della situazione. Le forze armate i

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servizi segreti rimangono le alla guida.

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Non si registrano defezioni

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significative, almeno per ora tra i

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ranghi alti. Eppure molti ritengono che

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la legittimità della Repubblica Islamica

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non sia mai stata così bassa come

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adesso. Detto questo, la situazione in

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Iran cambia di ora in ora e visto che

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montare un video da solo significa

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spararmi 5 giorni consecutivi per 10 ore

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al giorno davanti al computer, è

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possibile che qualcosa succeda mentre

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sto ancora editando. E tra l'altro da

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poco ho passato Capodanno, quindi

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rendetevi conto di come sto. Per questo,

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se ci sono altri aggiornamenti

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significativi, ve li dirò esattamente

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qui in questo riquadro.

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Per ora non è successo nulla,

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tornateveno a casa. In persiano esiste

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un detto: "I muri hanno orecchie e anche

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i topi le hann". Significa che nulla

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resta segreto per sempre e che persino i

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più umili possono sperare in una

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giustizia superiore. Oggi in Iran,

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malgrado muri di censura e repressione,

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la voce del malcontento si è fatta forte

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e chiara. Il regime è sempre più

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preoccupato e forse in cuor suo sa che

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prima o poi anche i topolini di cui non

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si curava troveranno la loro via

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d'uscita dal buio. Per gli ultimissimi

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aggiornamenti dell'ultima ora, qualora

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ce ne siano, seguiteci sulla nostra

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pagina Instagram, questa qui, e anche

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sul nostro canale di aggiornamenti su

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WhatsApp, questo qui, per Aspera ad

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Astra. M.

Interactive Summary

Nel dicembre 2025, l'Iran è colpito da una grave crisi economica, con il Real che perde il 40% del suo valore e l'inflazione al 42%. Questa situazione, frutto di anni di sanzioni, malgoverno e conflitti, scatena scioperi e proteste in diverse citt à. I manifestanti esprimono malcontento per la gestione economica e la politica estera, invocando slogan contro il regime e persino il ritorno della monarchia Pahlavi. La repressione del regime si alterna a tentativi di dialogo, mentre attori esterni come gli Stati Uniti e Israele monitorano la situazione.

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