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Gli Stati Uniti invaderanno il Venezuela? Cosa succede

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Gli Stati Uniti invaderanno il Venezuela? Cosa succede

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417 segments

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Maduro, sei la mia telenovela preferita

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su questo canale. Lo scorso 7 agosto la

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taglia della testa dell'uomo più

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ricercato in Sudamerica dagli americani,

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cioè il capo del Venezuela, Nicolà

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Maduro, è salita da 25 a 50 milioni di

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dollari. E per non farci mancare nulla,

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gli Stati Uniti hanno dispiegato tre

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navi da guerra, alcuni ora dicono

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addirittura sette, con missili balistici

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a bordo, 4.000 marine e un sottomarino

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nucleare al largo delle coste del

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Venezuela, nei pressi dell'isola

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olandese di Curasao. Aggiunta

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dell'ultimo minuto, ieri sera è successo

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questo. L'esercito americano ha colpito

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questa imbarcazione che, stando le

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dichiarazioni di Trump trasportava droga

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dal Venezuela, quindi le cose si stanno

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un po' infiammando. La motivazione

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ufficiale combattere i cartelli della

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droga. Ma il vero motivo è politico e

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geopolitico. Mettere Maduro con le

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spalle al muro, segnalare che Washington

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non riconosce la sua legittimità e che

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il Venezuela resta una priorità

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strategica per gli Stati Uniti. Perché

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Caracas non è soltanto narcotraffico, è

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petrolio, è controllo del Mar dei

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Caraibi, è una proiezione russa e

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iraniana in America Latina. Io comunque

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vorrei prima capire per quale motivo

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quando mi assento per un reportage ogni

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volta deve sempre succedere il

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finimondo, perché stavolta mi trovavo

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non posso dire dove. Chiariamolo subito,

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siamo dentro a una crisi che evolve di

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ora in ora, quindi alcune delle cose che

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sto per dire adesso potrebbero già

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essere vecchie quando le ascolterete.

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Ora, lo sappiamo, i rapporti tra UE

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Venezuela non sono certo ediliaci e che

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il Dipartimento di Stato considera

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Maduro un terrorista e un

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narcotrafficante. Ma l'ultima volta che

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la Casa Bianca ha deciso di pompare

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davvero il suo strapotere militare nella

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regione è stata nel 1989 quando lanciò

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l'invasione di Panama deponendo Manuel

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Noriega. La motivazione ufficiale era

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anche qui la guerra alla droga. Noriega

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era accusato di narcotraffico, ma i veri

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motivi erano altri, cioè il controllo

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del canale di Panama, la stabilità della

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regione e la necessità per Washington di

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togliersi di mezzo un alleato che ormai

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era diventato scomodo. Poi nel 94 toccò

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ad Haiti quando gli states restaurarono

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il governo di Jamber Trandariste, ma

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quella è un'altra brutta triste storia.

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Non a caso Maduro si è preparato al

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peggio. Ha spedito nel Mar dei Caraibi

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navi e droni, mobilitando, a suo dire, 4

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milioni e mezzo di miliziani. In pratica

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contadini e civili male armati e i video

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che girano online lo dimostrano molto

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bene, sparsi in tutto il paese con lo

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slogan "Nessun impero toccherà il sacro

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suolo del Venezuela".

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>> Capito dove stiamo? Comunque, per capire

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cosa bolle in pentola, dobbiamo parlare,

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come detto, dei cartelli della droga, o

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meglio di due in particolare. Il

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cartello dei soli, non gli uomini soli

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dei P, ma i soli come il sole dei

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Teletabis o il Sole Invictus di

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Aureliano e il Trend Aragua. Entrambi

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sono nati e operano in Venezuela,

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trasporterebbero grandissime quantità di

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cocaina, gestirebbero traffici di esseri

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umani verso gli states e, secondo il

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Dipartimento di Stato, sono direttamente

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collegati all'esercito e ai vertici

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politici di Caracas. E su quest'ultimo

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punto non fatico a crederci. Per

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Washington il Venezuela, essendo

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chiaramente uno stato nemico, diventa

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quindi un narcostato guidato da un

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narcotrafficante al governo e da un

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apparato militare che si arricchisce con

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i traffici illegali. Per Dovere di

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cronaca, sono almeno 20 anni che la casa

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bianca accusa il Venezuela di favorire

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il narcotraffico, quindi non è una

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novità. E il governo della Colombia

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ritiene addirittura che il cartello dei

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soli non esista. Giusto per smorzare le

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tensioni. Comunque vi starete chiedendo

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con quale diritto gli Stati Uniti

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pensano di poter arrestare il capo di

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uno stato sovrano. Beh, non è certo la

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prima volta che se lo prendono da soli,

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no? Lo scorso gennaio, al momento del

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suo insediamento, Trump ha ordinato che

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i cartelli della droga venissero

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equiparati a delle organizzazioni

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terroristiche. In questa lista finiscono

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il trendagua, il cartello dei soli e

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diversi cartelli messicani. Per

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Washington oggi questi cartelli sono

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pericolosi come l'ISIS, come le Maras

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salvadorne o Bokoaram. La conseguenza,

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quindi, è molto semplice. Gli Stati

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Uniti, se vogliono, possono mobilitare

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le forze armate per colpirli anche con

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operazioni immate all'estero. Non

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stupisce, quindi, che molti analisti

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ritengano che Trump voglia addirittura

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spingersi oltre e attaccare direttamente

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il Venezuela, utilizzando come pretesto

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lo smantellamento dei cartelli locali.

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Una possibilità che non preoccupa

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soltanto Caracas. Già a febbraio la

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presidente messicana eh Claudia

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Schenbaum aveva avvertito che la nuova

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designazione dei cartelli come gruppi

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terroristici non dovesse tradursi in

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violazione della sovranità del Messico

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da parte degli Stati Uniti. Quindi

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abbiamo già il pretesto per causare un

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regime change in Venezuela. Calma.

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Anzitutto invadere il Venezuela così dal

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nulla, anche se per Marco Rubio sembra

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una passeggiata, ma ricordiamoci che

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stiamo parlando pur sempre di Marco

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Rubio, signori, rischierebbe di

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provocare la reazione della Cina che ha

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già condannato il dispiegamento

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americano e anche quello della Russia,

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con cui nel frattempo sono in corso

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delicati colloqui di pace sull'Ucraina.

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In secondo luogo, muovere guerra a uno

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stato sovrano non rientra nella

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narrativa maga che sulla carta predica

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isolazionismo e non interventismo

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militare. Infine, il contingente

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americano oggi nel nord dei Caraibi non

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basterebbe neanche lontanamente a

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un'invasione di terra contro un paese

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come il Venezuela, fatto di giungla,

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montagne e guerriglia urbana. Sarebbe

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una follia. Poi, certo, parliamo pur

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sempre degli Stati Uniti e non sarebbe

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la prima volta che scelgono la follia. A

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questo punto l'ipotesi più logica è che

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Trump non voglia davvero invadere, ma

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piuttosto mettere pressione a Maduro e

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spingere dall'interno verso un cambio di

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regime in modo soft, un po' come ha

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cercato di fare Israele con l'Iran.

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Quindi niente, guerra aperta, ma

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logoramento costante. Tuttavia la vera

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domanda diventa allora un'altra, perché

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proprio adesso? Ecco, personalmente ho

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due ipotesi che vi racconterò in due

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capitoli distinti. Cominciamo.

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Spiegazione numero uno, mossa

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elettorale. Lo scenario numero uno,

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quello più probabile, e diciamolo quello

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che tutti speriamo, è che non accada

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assolutamente nulla. La forza navale

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americana è troppo limitata per pensare

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a una vera full scale invasion, una

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invasione su larga scala. Maduro però è

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in paranoia, tanto da accusare gli Stati

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Uniti di aver violato il trattato di

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Tlateloclo. Trlatelo, Tratelo. Eh vabbè,

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questo qui non lo so pronunciare,

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>> trateolgo

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>> del 1967 che dichiara l'America Latina e

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i Caraibi zona libera da armi nucleari.

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Vale però la pena ricordare due cose.

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Primo, gli Stati Uniti non hanno mai

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firmato quell'accordo. Secondo, il

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sottomarino al largo del Venezuela non

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trasporta testate nucleari, ma

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semplicemente viaggia a propulsione

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nucleare. Pertanto, l'ipotesi più

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semplice è che Trump voglia soltanto

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fare la voce grossa con uno dei suoi

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nemici di turno. Lo ha fatto con i

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dazzi, lo ha fatto prendendo per il culo

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Zelenski e altri leader, convinto di

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aver portato Putin dalla sua parte, lo

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ha fatto bombardando siti nucleari

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iraniani. C'è anche un'altra costante in

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questa narrativa, il crimine

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organizzato, in particolare i cartelli

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della droga. Dal Messico arrivano negli

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States i precursori chimici per il

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fentanil e altre droghe sintetiche che

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alimentano l'epidemia di Oppiacei che

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ormai uccide 80.000 americani all'anno.

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Ne abbiamo parlato in questo vecchio

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video. Trump tuttavia non sembra avere

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come vera ossessione la droga quanto

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piuttosto le persone che la trasportano,

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o meglio gli immigrati in generale.

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Perché per il mondo maga i nemici numero

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uno sono proprio loro, gli irregolari.

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Ogni anno milioni di latino-americani

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entrano infatti negli Stati Uniti

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attraverso canali non autorizzati. Trump

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stima addirittura 12 milioni di persone,

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ma il numero reale secondo DHS è 23. La

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sua amministrazione quindi ha scelto la

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linea dura spingendo su deportazioni di

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massa. Perché vi sto dicendo tutto

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questo? Perché anche dal Venezuela

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arrivano migranti irregolari che fuggono

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dal regime di Maduro. Proprio

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quest'estate gli states ne hanno

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deportati circa 250 a El Salvador,

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accusati di essere affiliati al cartello

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del Trend Aragua. E poi c'è il capitolo

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degli scambi di prigionieri. Tra questi,

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ve lo ricordo, c'è anche l'italiano

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Alberto Trentini, operatore umanitario

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arrestato a Caracas lo scorso anno senza

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accuse formali, di cui si sa veramente

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poco. Secondo la stampa verserebbe in

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condizioni gravi nelle carceri

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venezuelane. Ecco, in questo gioco di

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Doudes, Caracas ha liberato alcuni

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prigionieri politici americani in cambio

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del ritorno in patria di venezuelani

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espulsi dagli Stati Uniti. Questo è un

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altro tassello che Trump può rivendere

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come provo del suo pugno duro e del suo

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successo diplomatico. E so cosa potreste

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pensare, presentata così sembra una

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strategia assolutamente fino a se

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stessa. Distrarre l'opinione pubblica e

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minacciare di invadere il Venezuela a

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che pro ovviamente a fini elettorali

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perché dobbiamo considerare due cose.

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Number one, l'anno prossimo a novembre

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ci saranno le elezioni di midterm che

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ridisegneranno la composizione del

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congresso americano, cioè tutti i 435

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seggi della Camera e un terzo del

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Senato, oltre ai governatori di 34 stati

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su 50. La seconda cosa oggi, secondo i

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vari sondaggi, oltre la metà degli

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elettori di Trump si dice insoddisfatta

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di come il presidente sta gestendo

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questo suo secondo mandato. Nei primi

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100 giorni i dati Gallup lo danno come

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il presidente con il livello di

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approvazione più basso da 80 anni. Come

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dite, questi sondaggi non sono frutto di

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accuratissime analisi stilate su Twitter

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X oppure da Fox News?

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>> Non me ne frega un cazzo.

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>> In altre parole, il Trump Man of Peace

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ha bisogno di portare a casa un

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risultato concreto per tamponare questa

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impopolarità e per tenere unita la base

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maga. E prendersela con il Venezuela non

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è una mossa sparata a caso, perché lo

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scorso novembre Trump ha vinto le

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presidenziali anche grazie a un

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massiccio sostegno della popolazione

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latinoamericana che oggi rappresenta

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circa il 15% dell'elettorato

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statunitense. Una parte importante di

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questo elettorato condivide l'ideologia

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repubblicana per motivi religiosi e di

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sicurezza, ma soprattutto perché diffida

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di tutto ciò che profuma o puzza,

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dipende dalla vostra dal vostro

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orientamento politico di sinistra, cioè

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molti di questi sono fuggiti o sono

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figli di chi è fuggito da regimi come

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Cuba, Nicaragua o appunto Venezuela che

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difficilmente provano simpatia per mango

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maduro. Ecco quindi lo schemino. Trump

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mostra i muscoli contro Caracas,

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utilizza come pretesto la guerra della

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droga e lo fa per rafforzare la sua base

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latino-americana, una base fondamentale

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se vuoi blindare la vittoria

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repubblicana alle elezioni di midterm.

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Claro. Todo bien. Se questa spiegazione

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non vi convince però tranquilli, ne ho

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un'altra. Soltanto che prevede uno

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scenario un po' più instabile.

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Spiegazione due, forzare il regime

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change. Lo scenario numero due è meno

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prevedibile, ma non implica, per forza

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di cose un'invasione. Il Venezuela è in

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crisi economica da oltre 15 anni. ed è

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sotto sanzioni statunitensi almeno dal

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2005, quando a Caracas c'era ancora Hugo

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Chavez, socialista, filocastrista,

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antineoliberista, in altre parole, il

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male incarnato per Washington. Il suo

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successore Maduro governa dal 2013 e

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tiene sotto scacco la popolazione con un

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mix di repressione e clientelismo, ma

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oggi la sua posizione è molto più

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fragile. Nel 2024 si è garantito un

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terzo mandato con elezioni che per

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trasparenza avrebbero fatto applaudire

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addirittura Teodoro Biang in Guinea

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Equatoriale dopo essere comparso ben 13

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volte sulle schede elettorali, farei

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presente un esercizio di democrazia alla

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venezuelana. Dunque, se accettiamo la

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tesi americana secondo cui il Venezuela

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è un narcostato e Maduro è il capo del

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cartello dei soli, allora la presenza

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della flotta UA nel Mar dei Caraibi non

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serve soltanto come minaccia esterna, ma

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crea anche pressione interna. In altre

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parole, può accendere una miccia, può

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spingere i settori del regime a vedere

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Maduro come un peso, una zavorra, un

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ostacolo alla sopravvivenza del sistema.

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E ve lo ricordo, quando un leader

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diventa più un problema che una risorsa,

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nei regimi autoritari scatta il rischio

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di congiura. È già successo altrove. In

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Venezuela figure potenti come Dios

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Cabeo, che è il numero due del Partito

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Socialista Venezuelano e uomo fortissimo

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del regime o il generale Vladimir

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Patrino Lopez, ministro della difesa in

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carica dal 2014, avrebbero tutti i mezzi

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per scalzare Maduro e magari presentarsi

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come garanti di una transizione

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pacificatrice, aprendo persino un canale

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con Washington. Siamo ovviamente nel

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mondo dei sogni, quello di Trump e

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compagnia bella, però forzare un regime

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change è sempre un gioco pericoloso,

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così come un operazione contro l'Iran

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avrebbe irritato Mosca, un attacco al

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Venezuela provocherebbe quasi

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sicuramente la reazione della Cina,

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perché la Cina importa oltre il 90% del

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petrolio venezuelano e qui parliamo del

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paese con le più grandi riserve provate

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di greggio al mondo, più di 300 miliardi

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di barili. È ovvio che la Casa Bianca

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guardi a quelle risorse con molto gusto

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e interesse. Non a caso, a metà agosto

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Washington ha concesso a Chevron una

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deroga temporanea alle sanzioni,

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autorizzandola a importare due cargo di

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greggio venezuelano proprio mentre la

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flotta americana pattugliava i Caraibi.

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Insomma, come nelle versioni più

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stereotipate delle guerre americane,

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Trump potrebbe voler portare un po' di

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democrazia a stelle strisce in Venezuela

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in cambio del gustoso petrolio

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plausibile e a rendere il tutto ancora

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più inquietante. C'è chi interpreta il

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recente incontro tra Trump e Putin ad

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Anchorage come un tacito scambio, cioè

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Washington lascia mano libera a Mosca

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sull'Ucraina e in cambio il Cremlino

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chiude un occhio o anzi due se la Casa

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Bianca prova a rovesciare Maduro. In

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ogni caso, finché non arrivano conferme

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ufficiali queste restano speculazioni,

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un'ipotesi da prendere con le pinze.

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Però per concludere lasciatemi fare

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un'ultima considerazione. Vi cito un

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articolo del Guardian di qualche giorno

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fa, firmato da Tom Philips e Patricia

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Torres. Entrambi ricordano che nel 2019,

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ovvero quando Trump appoggiò un golpe

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fallito miseramente contro Maduro, la

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loro consigliere per la sicurezza

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nazionale John Bolton disse che era

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soltanto una questione di tempo prima

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che il regime crollasse. Ebbene, Maduro

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è ancora lì e l'ex ambasciatore

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americano in Venezuela James Story

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sostiene che non se ne andrà tanto

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facilmente, non perché sia invincibile,

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ma perché nessuno sa davvero cosa

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accadrebbe dopo la sua caduta e quindi

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nessuno è pronto ad assumersi la

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responsabilità di deporlo. Il rischio

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principale è il vuoto di potere. Il

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ciavismo non è soltanto maduro, ma è un

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intero apparato militare, politico ed

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economico che potrebbe lacerarsi in più

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fazioni rivali. In questi casi bisogna

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sempre stare attenti alla propaganda,

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che sia di Washington o di Caracas,

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perché ognuno vende al popolo la propria

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versione della storia. Quel che è certo

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è che quando parte un escalation di

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questo livello, qualsiasi sia la

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motivazione, bisogna stare molto attenti

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a non sbagliare mosse, perché la storia

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ce lo insegna. Basta fare un passo falso

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per scatenare il caos globale per Aspera

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ad Astra. Vi ringrazio per l'attenzione.

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Tra l'altro, se vi siete dimenticati o

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non avete visto il documentario che

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abbiamo girato in Oman, eccovelo qui, vi

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piacerà sicuramente.

Interactive Summary

Il video analizza l'escalation delle tensioni tra Stati Uniti e Venezuela, evidenziando l'aumento della taglia su Nicolás Maduro, il dispiegamento militare statunitense nei Caraibi e le recenti azioni contro presunti narcotrafficanti venezuelani. Esamina le motivazioni ufficiali degli USA, ovvero la lotta ai cartelli della droga, contrapponendole a ragioni geopolitiche più profonde, come le risorse strategiche del Venezuela e i suoi legami con Russia e Iran. Il video propone due ipotesi principali sul tempismo di queste azioni: una strategia elettorale di Trump per rafforzare la sua base in vista delle elezioni di midterm, sfruttando le narrative contro la droga e l'immigrazione, e un tentativo più incisivo di forzare un "cambio di regime soft" esercitando pressione interna su Maduro, anche in relazione alle vaste riserve petrolifere venezuelane. Sottolinea inoltre i rischi connessi, incluse le reazioni di Cina e Russia e la potenziale creazione di un vuoto di potere in caso di caduta di Maduro.

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