Gli Stati Uniti invaderanno il Venezuela? Cosa succede
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Maduro, sei la mia telenovela preferita
su questo canale. Lo scorso 7 agosto la
taglia della testa dell'uomo più
ricercato in Sudamerica dagli americani,
cioè il capo del Venezuela, Nicolà
Maduro, è salita da 25 a 50 milioni di
dollari. E per non farci mancare nulla,
gli Stati Uniti hanno dispiegato tre
navi da guerra, alcuni ora dicono
addirittura sette, con missili balistici
a bordo, 4.000 marine e un sottomarino
nucleare al largo delle coste del
Venezuela, nei pressi dell'isola
olandese di Curasao. Aggiunta
dell'ultimo minuto, ieri sera è successo
questo. L'esercito americano ha colpito
questa imbarcazione che, stando le
dichiarazioni di Trump trasportava droga
dal Venezuela, quindi le cose si stanno
un po' infiammando. La motivazione
ufficiale combattere i cartelli della
droga. Ma il vero motivo è politico e
geopolitico. Mettere Maduro con le
spalle al muro, segnalare che Washington
non riconosce la sua legittimità e che
il Venezuela resta una priorità
strategica per gli Stati Uniti. Perché
Caracas non è soltanto narcotraffico, è
petrolio, è controllo del Mar dei
Caraibi, è una proiezione russa e
iraniana in America Latina. Io comunque
vorrei prima capire per quale motivo
quando mi assento per un reportage ogni
volta deve sempre succedere il
finimondo, perché stavolta mi trovavo
non posso dire dove. Chiariamolo subito,
siamo dentro a una crisi che evolve di
ora in ora, quindi alcune delle cose che
sto per dire adesso potrebbero già
essere vecchie quando le ascolterete.
Ora, lo sappiamo, i rapporti tra UE
Venezuela non sono certo ediliaci e che
il Dipartimento di Stato considera
Maduro un terrorista e un
narcotrafficante. Ma l'ultima volta che
la Casa Bianca ha deciso di pompare
davvero il suo strapotere militare nella
regione è stata nel 1989 quando lanciò
l'invasione di Panama deponendo Manuel
Noriega. La motivazione ufficiale era
anche qui la guerra alla droga. Noriega
era accusato di narcotraffico, ma i veri
motivi erano altri, cioè il controllo
del canale di Panama, la stabilità della
regione e la necessità per Washington di
togliersi di mezzo un alleato che ormai
era diventato scomodo. Poi nel 94 toccò
ad Haiti quando gli states restaurarono
il governo di Jamber Trandariste, ma
quella è un'altra brutta triste storia.
Non a caso Maduro si è preparato al
peggio. Ha spedito nel Mar dei Caraibi
navi e droni, mobilitando, a suo dire, 4
milioni e mezzo di miliziani. In pratica
contadini e civili male armati e i video
che girano online lo dimostrano molto
bene, sparsi in tutto il paese con lo
slogan "Nessun impero toccherà il sacro
suolo del Venezuela".
>> Capito dove stiamo? Comunque, per capire
cosa bolle in pentola, dobbiamo parlare,
come detto, dei cartelli della droga, o
meglio di due in particolare. Il
cartello dei soli, non gli uomini soli
dei P, ma i soli come il sole dei
Teletabis o il Sole Invictus di
Aureliano e il Trend Aragua. Entrambi
sono nati e operano in Venezuela,
trasporterebbero grandissime quantità di
cocaina, gestirebbero traffici di esseri
umani verso gli states e, secondo il
Dipartimento di Stato, sono direttamente
collegati all'esercito e ai vertici
politici di Caracas. E su quest'ultimo
punto non fatico a crederci. Per
Washington il Venezuela, essendo
chiaramente uno stato nemico, diventa
quindi un narcostato guidato da un
narcotrafficante al governo e da un
apparato militare che si arricchisce con
i traffici illegali. Per Dovere di
cronaca, sono almeno 20 anni che la casa
bianca accusa il Venezuela di favorire
il narcotraffico, quindi non è una
novità. E il governo della Colombia
ritiene addirittura che il cartello dei
soli non esista. Giusto per smorzare le
tensioni. Comunque vi starete chiedendo
con quale diritto gli Stati Uniti
pensano di poter arrestare il capo di
uno stato sovrano. Beh, non è certo la
prima volta che se lo prendono da soli,
no? Lo scorso gennaio, al momento del
suo insediamento, Trump ha ordinato che
i cartelli della droga venissero
equiparati a delle organizzazioni
terroristiche. In questa lista finiscono
il trendagua, il cartello dei soli e
diversi cartelli messicani. Per
Washington oggi questi cartelli sono
pericolosi come l'ISIS, come le Maras
salvadorne o Bokoaram. La conseguenza,
quindi, è molto semplice. Gli Stati
Uniti, se vogliono, possono mobilitare
le forze armate per colpirli anche con
operazioni immate all'estero. Non
stupisce, quindi, che molti analisti
ritengano che Trump voglia addirittura
spingersi oltre e attaccare direttamente
il Venezuela, utilizzando come pretesto
lo smantellamento dei cartelli locali.
Una possibilità che non preoccupa
soltanto Caracas. Già a febbraio la
presidente messicana eh Claudia
Schenbaum aveva avvertito che la nuova
designazione dei cartelli come gruppi
terroristici non dovesse tradursi in
violazione della sovranità del Messico
da parte degli Stati Uniti. Quindi
abbiamo già il pretesto per causare un
regime change in Venezuela. Calma.
Anzitutto invadere il Venezuela così dal
nulla, anche se per Marco Rubio sembra
una passeggiata, ma ricordiamoci che
stiamo parlando pur sempre di Marco
Rubio, signori, rischierebbe di
provocare la reazione della Cina che ha
già condannato il dispiegamento
americano e anche quello della Russia,
con cui nel frattempo sono in corso
delicati colloqui di pace sull'Ucraina.
In secondo luogo, muovere guerra a uno
stato sovrano non rientra nella
narrativa maga che sulla carta predica
isolazionismo e non interventismo
militare. Infine, il contingente
americano oggi nel nord dei Caraibi non
basterebbe neanche lontanamente a
un'invasione di terra contro un paese
come il Venezuela, fatto di giungla,
montagne e guerriglia urbana. Sarebbe
una follia. Poi, certo, parliamo pur
sempre degli Stati Uniti e non sarebbe
la prima volta che scelgono la follia. A
questo punto l'ipotesi più logica è che
Trump non voglia davvero invadere, ma
piuttosto mettere pressione a Maduro e
spingere dall'interno verso un cambio di
regime in modo soft, un po' come ha
cercato di fare Israele con l'Iran.
Quindi niente, guerra aperta, ma
logoramento costante. Tuttavia la vera
domanda diventa allora un'altra, perché
proprio adesso? Ecco, personalmente ho
due ipotesi che vi racconterò in due
capitoli distinti. Cominciamo.
Spiegazione numero uno, mossa
elettorale. Lo scenario numero uno,
quello più probabile, e diciamolo quello
che tutti speriamo, è che non accada
assolutamente nulla. La forza navale
americana è troppo limitata per pensare
a una vera full scale invasion, una
invasione su larga scala. Maduro però è
in paranoia, tanto da accusare gli Stati
Uniti di aver violato il trattato di
Tlateloclo. Trlatelo, Tratelo. Eh vabbè,
questo qui non lo so pronunciare,
>> trateolgo
>> del 1967 che dichiara l'America Latina e
i Caraibi zona libera da armi nucleari.
Vale però la pena ricordare due cose.
Primo, gli Stati Uniti non hanno mai
firmato quell'accordo. Secondo, il
sottomarino al largo del Venezuela non
trasporta testate nucleari, ma
semplicemente viaggia a propulsione
nucleare. Pertanto, l'ipotesi più
semplice è che Trump voglia soltanto
fare la voce grossa con uno dei suoi
nemici di turno. Lo ha fatto con i
dazzi, lo ha fatto prendendo per il culo
Zelenski e altri leader, convinto di
aver portato Putin dalla sua parte, lo
ha fatto bombardando siti nucleari
iraniani. C'è anche un'altra costante in
questa narrativa, il crimine
organizzato, in particolare i cartelli
della droga. Dal Messico arrivano negli
States i precursori chimici per il
fentanil e altre droghe sintetiche che
alimentano l'epidemia di Oppiacei che
ormai uccide 80.000 americani all'anno.
Ne abbiamo parlato in questo vecchio
video. Trump tuttavia non sembra avere
come vera ossessione la droga quanto
piuttosto le persone che la trasportano,
o meglio gli immigrati in generale.
Perché per il mondo maga i nemici numero
uno sono proprio loro, gli irregolari.
Ogni anno milioni di latino-americani
entrano infatti negli Stati Uniti
attraverso canali non autorizzati. Trump
stima addirittura 12 milioni di persone,
ma il numero reale secondo DHS è 23. La
sua amministrazione quindi ha scelto la
linea dura spingendo su deportazioni di
massa. Perché vi sto dicendo tutto
questo? Perché anche dal Venezuela
arrivano migranti irregolari che fuggono
dal regime di Maduro. Proprio
quest'estate gli states ne hanno
deportati circa 250 a El Salvador,
accusati di essere affiliati al cartello
del Trend Aragua. E poi c'è il capitolo
degli scambi di prigionieri. Tra questi,
ve lo ricordo, c'è anche l'italiano
Alberto Trentini, operatore umanitario
arrestato a Caracas lo scorso anno senza
accuse formali, di cui si sa veramente
poco. Secondo la stampa verserebbe in
condizioni gravi nelle carceri
venezuelane. Ecco, in questo gioco di
Doudes, Caracas ha liberato alcuni
prigionieri politici americani in cambio
del ritorno in patria di venezuelani
espulsi dagli Stati Uniti. Questo è un
altro tassello che Trump può rivendere
come provo del suo pugno duro e del suo
successo diplomatico. E so cosa potreste
pensare, presentata così sembra una
strategia assolutamente fino a se
stessa. Distrarre l'opinione pubblica e
minacciare di invadere il Venezuela a
che pro ovviamente a fini elettorali
perché dobbiamo considerare due cose.
Number one, l'anno prossimo a novembre
ci saranno le elezioni di midterm che
ridisegneranno la composizione del
congresso americano, cioè tutti i 435
seggi della Camera e un terzo del
Senato, oltre ai governatori di 34 stati
su 50. La seconda cosa oggi, secondo i
vari sondaggi, oltre la metà degli
elettori di Trump si dice insoddisfatta
di come il presidente sta gestendo
questo suo secondo mandato. Nei primi
100 giorni i dati Gallup lo danno come
il presidente con il livello di
approvazione più basso da 80 anni. Come
dite, questi sondaggi non sono frutto di
accuratissime analisi stilate su Twitter
X oppure da Fox News?
>> Non me ne frega un cazzo.
>> In altre parole, il Trump Man of Peace
ha bisogno di portare a casa un
risultato concreto per tamponare questa
impopolarità e per tenere unita la base
maga. E prendersela con il Venezuela non
è una mossa sparata a caso, perché lo
scorso novembre Trump ha vinto le
presidenziali anche grazie a un
massiccio sostegno della popolazione
latinoamericana che oggi rappresenta
circa il 15% dell'elettorato
statunitense. Una parte importante di
questo elettorato condivide l'ideologia
repubblicana per motivi religiosi e di
sicurezza, ma soprattutto perché diffida
di tutto ciò che profuma o puzza,
dipende dalla vostra dal vostro
orientamento politico di sinistra, cioè
molti di questi sono fuggiti o sono
figli di chi è fuggito da regimi come
Cuba, Nicaragua o appunto Venezuela che
difficilmente provano simpatia per mango
maduro. Ecco quindi lo schemino. Trump
mostra i muscoli contro Caracas,
utilizza come pretesto la guerra della
droga e lo fa per rafforzare la sua base
latino-americana, una base fondamentale
se vuoi blindare la vittoria
repubblicana alle elezioni di midterm.
Claro. Todo bien. Se questa spiegazione
non vi convince però tranquilli, ne ho
un'altra. Soltanto che prevede uno
scenario un po' più instabile.
Spiegazione due, forzare il regime
change. Lo scenario numero due è meno
prevedibile, ma non implica, per forza
di cose un'invasione. Il Venezuela è in
crisi economica da oltre 15 anni. ed è
sotto sanzioni statunitensi almeno dal
2005, quando a Caracas c'era ancora Hugo
Chavez, socialista, filocastrista,
antineoliberista, in altre parole, il
male incarnato per Washington. Il suo
successore Maduro governa dal 2013 e
tiene sotto scacco la popolazione con un
mix di repressione e clientelismo, ma
oggi la sua posizione è molto più
fragile. Nel 2024 si è garantito un
terzo mandato con elezioni che per
trasparenza avrebbero fatto applaudire
addirittura Teodoro Biang in Guinea
Equatoriale dopo essere comparso ben 13
volte sulle schede elettorali, farei
presente un esercizio di democrazia alla
venezuelana. Dunque, se accettiamo la
tesi americana secondo cui il Venezuela
è un narcostato e Maduro è il capo del
cartello dei soli, allora la presenza
della flotta UA nel Mar dei Caraibi non
serve soltanto come minaccia esterna, ma
crea anche pressione interna. In altre
parole, può accendere una miccia, può
spingere i settori del regime a vedere
Maduro come un peso, una zavorra, un
ostacolo alla sopravvivenza del sistema.
E ve lo ricordo, quando un leader
diventa più un problema che una risorsa,
nei regimi autoritari scatta il rischio
di congiura. È già successo altrove. In
Venezuela figure potenti come Dios
Cabeo, che è il numero due del Partito
Socialista Venezuelano e uomo fortissimo
del regime o il generale Vladimir
Patrino Lopez, ministro della difesa in
carica dal 2014, avrebbero tutti i mezzi
per scalzare Maduro e magari presentarsi
come garanti di una transizione
pacificatrice, aprendo persino un canale
con Washington. Siamo ovviamente nel
mondo dei sogni, quello di Trump e
compagnia bella, però forzare un regime
change è sempre un gioco pericoloso,
così come un operazione contro l'Iran
avrebbe irritato Mosca, un attacco al
Venezuela provocherebbe quasi
sicuramente la reazione della Cina,
perché la Cina importa oltre il 90% del
petrolio venezuelano e qui parliamo del
paese con le più grandi riserve provate
di greggio al mondo, più di 300 miliardi
di barili. È ovvio che la Casa Bianca
guardi a quelle risorse con molto gusto
e interesse. Non a caso, a metà agosto
Washington ha concesso a Chevron una
deroga temporanea alle sanzioni,
autorizzandola a importare due cargo di
greggio venezuelano proprio mentre la
flotta americana pattugliava i Caraibi.
Insomma, come nelle versioni più
stereotipate delle guerre americane,
Trump potrebbe voler portare un po' di
democrazia a stelle strisce in Venezuela
in cambio del gustoso petrolio
plausibile e a rendere il tutto ancora
più inquietante. C'è chi interpreta il
recente incontro tra Trump e Putin ad
Anchorage come un tacito scambio, cioè
Washington lascia mano libera a Mosca
sull'Ucraina e in cambio il Cremlino
chiude un occhio o anzi due se la Casa
Bianca prova a rovesciare Maduro. In
ogni caso, finché non arrivano conferme
ufficiali queste restano speculazioni,
un'ipotesi da prendere con le pinze.
Però per concludere lasciatemi fare
un'ultima considerazione. Vi cito un
articolo del Guardian di qualche giorno
fa, firmato da Tom Philips e Patricia
Torres. Entrambi ricordano che nel 2019,
ovvero quando Trump appoggiò un golpe
fallito miseramente contro Maduro, la
loro consigliere per la sicurezza
nazionale John Bolton disse che era
soltanto una questione di tempo prima
che il regime crollasse. Ebbene, Maduro
è ancora lì e l'ex ambasciatore
americano in Venezuela James Story
sostiene che non se ne andrà tanto
facilmente, non perché sia invincibile,
ma perché nessuno sa davvero cosa
accadrebbe dopo la sua caduta e quindi
nessuno è pronto ad assumersi la
responsabilità di deporlo. Il rischio
principale è il vuoto di potere. Il
ciavismo non è soltanto maduro, ma è un
intero apparato militare, politico ed
economico che potrebbe lacerarsi in più
fazioni rivali. In questi casi bisogna
sempre stare attenti alla propaganda,
che sia di Washington o di Caracas,
perché ognuno vende al popolo la propria
versione della storia. Quel che è certo
è che quando parte un escalation di
questo livello, qualsiasi sia la
motivazione, bisogna stare molto attenti
a non sbagliare mosse, perché la storia
ce lo insegna. Basta fare un passo falso
per scatenare il caos globale per Aspera
ad Astra. Vi ringrazio per l'attenzione.
Tra l'altro, se vi siete dimenticati o
non avete visto il documentario che
abbiamo girato in Oman, eccovelo qui, vi
piacerà sicuramente.
Ask follow-up questions or revisit key timestamps.
Il video analizza l'escalation delle tensioni tra Stati Uniti e Venezuela, evidenziando l'aumento della taglia su Nicolás Maduro, il dispiegamento militare statunitense nei Caraibi e le recenti azioni contro presunti narcotrafficanti venezuelani. Esamina le motivazioni ufficiali degli USA, ovvero la lotta ai cartelli della droga, contrapponendole a ragioni geopolitiche più profonde, come le risorse strategiche del Venezuela e i suoi legami con Russia e Iran. Il video propone due ipotesi principali sul tempismo di queste azioni: una strategia elettorale di Trump per rafforzare la sua base in vista delle elezioni di midterm, sfruttando le narrative contro la droga e l'immigrazione, e un tentativo più incisivo di forzare un "cambio di regime soft" esercitando pressione interna su Maduro, anche in relazione alle vaste riserve petrolifere venezuelane. Sottolinea inoltre i rischi connessi, incluse le reazioni di Cina e Russia e la potenziale creazione di un vuoto di potere in caso di caduta di Maduro.
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